Il Triangolo Drammatico di Karpman: comprenderlo e uscirne

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Il Triangolo Drammatico di Karpman: comprenderlo e uscirne

Il cosiddetto “Triangolo Drammatico” è un modello psicologico che è stato sviluppato dallo psicoterapeuta Stephen Karpman nel 1968 e descrive uno schema relazionale disfunzionale, in cui gli individui coinvolti tendono a ricoprire dei ruoli specifici (vittima, persecutore e salvatore) e ad alternarli continuamente.

La disfunzionalità del “Triangolo Drammatico di Karpman” deriva dal fatto che esso impedisce una comunicazione genuina e quindi la possibilità di un’interazione costruttiva tra le persone coinvolte.
Si tratta di una modalità di vivere le relazioni che può verificarsi nei diversi contesti, da quello intimo famigliare a quello professionale e delle amicizie.

In questo articolo esploreremo questo modello, le caratteristiche dei ruoli che lo compongono, le conseguenze che esso può avere sul benessere personale e delle relazioni e infine com’è possibile uscirne.

Triangolo Drammatico: cos’è e come funziona

Il Triangolo Drammatico di Karpman è un modello sviluppato all’interno dell’Analisi Transazionale, che è una teoria della personalità elaborata nella metà del secolo scorso da Eric Berne (1961).
Secondo l’Analisi Transazionale, le interazioni tra le persone dipendono dal loro stato psicologico e in particolare sono previste tre dimensioni all’interno del medesimo individuo:

Le tre dimensioni

  • “Io-Genitore”: si forma durante le prime esperienze con i genitori e con le altre figure di riferimento che rappresentano autorità (fratelli maggiori, altri parenti adulti, insegnanti, allenatori, etc.) e rappresenta la parte di noi che comprende i valori, il senso del dovere, i giudizi, le ideologie. Questo stato può essere più critico o comprensivo;
  • “Io-Bambino”: è legato al mondo delle emozioni e può conformarsi fortemente alle condizioni dell’ambiente (ad esempio, con atteggiamenti di compiacenza o di ribellione) o essere maggiormente libero;
  • “Io-Adulto”: è il campo del razionale, la parte di noi che raccoglie le informazioni, analizza i dati, li sintetizza, calcola il rapporto tra costi e benefici e funge da mediatore tra le richieste genitoriali e quelle infantili.

 

Il triangolo drammatico si manifesta quando le persone interagiscono principalmente dal proprio stato “Bambino” o “Genitore”, invece che da uno stato dell’io più maturo e razionale come l’”Adulto”.
In un rapporto complementare Adulto-Adulto infatti, la comunicazione procede in maniera lineare.

Triangolo Drammatico e i “Giochi”

Quando al contrario si scivola nei giochi, che hanno il vantaggio di risultare familiari a chi li usa, alternando le altre istanze nello scambio comunicativo, si tende ad agire impulsivamente senza riuscire a vedere né la realtà né i propri bisogni che infatti restano insoddisfatti, rendendo difficile la comunicazione.

I giochi infatti sono modi di interazione che si usano per evitare l’intimità. Tutti qualche volta ricorrono ai giochi nelle loro interazioni, ma quando un rapporto è morboso o simbiotico, i giochi tendono ad abbondare. Si tratta di risposte stereotipate che servono ad aggirare qualsiasi scambio genuino di informazioni e sentimenti e consentono ai partecipanti di porre ciascuno nelle mani dell’altro la responsabilità del proprio benessere o della propria sofferenza (Norwood, 2010).

Il Triangolo Drammatico di Karpman

All’interno di questa cornice teorica di riferimento, Karpman ha elaborato il suo modello del Triangolo Drammatico, che prevede tre specifici ruoli che possono essere assunti nei giochi comunicativo-relazionali disfunzionali: il persecutore, la vittima e il salvatore.

Vittima

Al di là del fatto che a volte la vittima può essere effettivamente tale, il gioco psicologico si realizza quando la persona si sente piccola e indifesa, non si riconosce in grado di affrontare una certa situazione, cioè si sente priva di alcuna possibilità di intervento. La vittima tende a sentirsi impotente, oppressa, incapace, senza risorse o strumenti per cambiare la propria situazione e sente che solo un intervento (“salvifico”) esterno possa aggiustare le cose.

Sentendosi costantemente sotto attacco, dipendente dagli altri per la propria sopravvivenza e oppressa da questa forte sensazione di impotenza, continua a cercare aiuto da parte degli altri. Inoltre, non ama le responsabilità e tende a cercare qualcuno a cui attribuire la colpa, che sia l’altro, il passato, l’inconscio o il carattere: la sua forza è tenuta ben nascosta e prende potere sugli altri mostrandosi debole e sofferente e tendendo a indurre il senso di colpa. Quest’ultimo infatti attiverà un “Salvatore” che la aiuterà sentendosi a sua volta utile o persino necessario. Si può affermare che, mentendo a se stessa, la vittima finge di non essere mai forte.

Persecutore

Il Persecutore si considera superiore agli altri e al fine di mantenere questa posizione di presunta superiorità non esita a disprezzare gli altri e a trattarli come oggetti. Può creare quindi un ambiente conflittuale e frustrante, assumendo spesso un atteggiamento aggressivo, autoritario e talvolta minaccioso. Sotto questa modalità di porsi, spesso maschera inconsapevolmente insicurezze e paure. Spesso infatti, chi entra in questo ruolo, ha paura di essere ferito e probabilmente è stato profondamente ferito e umiliato. Assumendo allora questo ruolo mente a se stesso, fingendo di non essere mai debole.

Salvatore

Il Salvatore condivide con il Persecutore una sensazione di superiorità. Si differenzia dal persecutore nel modo in cui agisce tale superiorità: egli infatti tende a prodigarsi più del dovuto, garantendosi così la sensazione di essere grande, buono, migliore. Può cercare di risolvere i problemi degli altri (e lo fa spesso in modo compulsivo), senza che gli venga chiesto, spesso cercando di “salvare” la vittima.

L’effetto che genera è di mantenere l’altro in una situazione di sudditanza e dipendenza, non consentendogli di assumersi la responsabilità della propria vita e di crescere. Aiutando l’altro, il Salvatore aiuta se stesso indirettamente, proiettando all’esterno i propri bisogni e fingendo di non avere mai bisogno di niente. Si può quindi affermare che il Salvatore manipola creando legami di dipendenza e fingendo di non avere mai alcun bisogno per sé (e così i suoi veri bisogni restano non riconosciuti né possono essere soddisfatti).


Tutti e tre i ruoli “nascondono” qualcosa: la vittima nasconde la forza, il persecutore nasconde la debolezza, il salvatore nasconde i bisogni.


Le relazioni disfunzionali nel Triangolo Drammatico di Karpman

Ciò che accomuna ogni posizione del Triangolo Drammatico inoltre è la svalutazione sia di sé che dell’altro con cui si entra in relazione.

  • Il Salvatore, ad esempio, occupandosi principalmente di aiutare gli altri, evita di sentirsi debole e inferiore (vittima), e alimentando un senso di sé grandioso, considera di fatto inferiori gli altri.
  • Anche il Persecutore evita di sentirsi vittima e lo fa svilendo un’altra persona.
  • Nel caso della Vittima, infine, assistiamo a una grande autosvalutazione, dove vengono minimizzate e a volte annullate le proprie capacità. La Vittima infatti tende ad andare alla ricerca di relazioni con un Salvatore, che viene idealizzato, o con un Persecutore, che la tratta “come merita”.

Questi ruoli sono fissi?

In questo tipo di collusione psicologica, generalmente ogni giocatore tende ad assumere una posizione preferenziale, nella quale passa la maggior parte del tempo, ma capita anche spesso che i membri coinvolti nel Triangolo Drammatico passino inconsapevolmente da un ruolo all’altro creando così una dinamica circolare che si alimenta automaticamente e che è difficile da interrompere.

All’interno di questo continuo o rimbalzo tra i ruoli, è impedita l’autonomia dei membri coinvolti, la comunicazione tende a deteriorarsi e le relazioni a interrompersi oppure a perpetuare un “circolo vizioso” che contempla solo questi tre rigidi ruoli e quindi blocca la crescita personale.

Come si apprendono questi ruoli?

I ruoli descritti costituiscono cosiddetti “copioni di comportamento” che vengono appresi nell’infanzia, riprodotti da adulti e, come afferma Eric Berne, oscurati “dalle nebbie sociali”.

Da bambini infatti impariamo a utilizzare specifiche strategie per cercare di soddisfare i nostri bisogni base di attenzione e di riconoscimento e lo facciamo in base a come interpretiamo eventi e messaggi ricevuti dal nucleo familiare.

Ad esempio, spesso il ruolo di Vittima viene appreso in relazione a un attaccamento genitoriale di tipo frustrante o ipercritico, ma anche se è stato sviluppato un senso di inadeguatezza, se si sono subiti traumi psicologici o fisici, se si è stati trascurati o svalutati. In questi casi, i bambini, sentendosi impotenti di fronte agli eventi della vita, possono imparare a esprimere i bisogni in maniera esasperata, nel tentativo di ricevere attenzioni e ottenere ciò che vogliono.
A volte invece si tratta di una modalità che è stata appresa da un genitore, che a sua volta agiva da vittimista facendo sentire sempre in colpa il figlio.

L’influenza sociale e il ruolo delle famiglie

È anche possibile vedere il ruolo che gioca la società nello sviluppare alcuni ruoli: ad esempio, si parla oggi di “cultura del vittimismo”, ovvero la tendenza a credere che essere o mostrarsi vittime sia qualcosa di positivo, così come positivo è il ruolo di chi “aiuta” le vittime.

Può anche essere che si provenga da famiglie d’origine invischiate ed invischianti, magari con problematiche di dipendenza (affettiva o da sostanze) o con uno o entrambi i genitori in condizioni di sofferenza psicologica tale da ridurre la capacità di prendersi cura dei figli, come può accadere nel disturbo depressivo e nel disturbo bipolare. In questi casi, è frequente che il bambino si “genitorializzi”, cioè comprenda quali sono i bisogni del genitore e intuisca che andare incontro ad essi, prendendosene cura, è l’unico modo per essere visto dalla figura di attaccamento.

In altre parole, il bambino impara a sopravvivere occupandosi del genitore o del familiare problematico come unica possibile soluzione al sentirsi trascurato, invisibile o maltrattato. E allora da adulto, ripeterà il noto copione di ricercare persone da salvare come unica forma di relazione affettiva conosciuta e possibile.

Una volta apprese queste strategie, esse si consolidano in un copione che viene riprodotto automaticamente, quasi fosse una maschera che viene indossata in ogni momento della nostra vita.

Se da un lato questa maschera ci protegge, dall’altro spesso costituisce un freno rispetto alla possibilità di soddisfare i nostri bisogni più autentici e inoltre non corrisponde a ciò che siamo nel presente e non ci permette di esplorare nuove strade per esprimere il nostro meglio.

La buona notizia è che non siamo condannati a seguire in eterno questo copione. È possibile scegliere di cambiarlo, se lo desideriamo profondamente, magari stanchi di continuare a porci la domanda: “Perché continua a succedermi questo?“.

L’alternativa sana al Triangolo Drammatico

L’alternativa, ovvero una relazione adulta e quindi esterna ai giochi, è quella in cui si costruisce un contesto di intimità, dove le persone coinvolte sentono di poter condividere pensieri ed emozioni, senza il timore di essere manipolati o disprezzati. Ciò che viene costruito è quindi uno spazio di autenticità in cui i bisogni fondamentali possono essere soddisfatti (Berne, 1964).

La triangolazione in psicologia

Il costrutto della “triangolazione”, all’interno della teoria del sistema familiare, si riferisce all’idea che un sistema interpersonale a due persone può essere percepito come insostenibile se c’è un conflitto o una confusione tra di loro e in questi casi, sarà coinvolta una terza persona per stabilizzare il sistema (Bowen, 1979).

Si tratta cioè di una strategia volta a regolare stati d’ansia e stress in una relazione. Bowen evidenzia come nei nuclei familiari si tenda generalmente a formare triangoli quando la tensione tra due membri diventa eccessiva. In questi casi il terzo individuo viene coinvolto per “ridistribuire” l’ansia tra le tre persone, riducendo così la pressione che grava direttamente sui due membri originari.

Includere una terza parte in una relazione di coppia o familiare diventa quindi spesso un meccanismo di difesa per evitare di affrontare conflitti diretti.

Un esempio di triangolazione

Nel contesto del Triangolo Drammatico, si può osservare la triangolazione quando una persona assume uno dei tre ruoli (vittima, persecutore o salvatore), spingendo gli altri a entrare in un altro ruolo.

Ad esempio, di fronte ai conflitti tra il figlio e il marito, una madre potrebbe assumere il ruolo di “salvatore” della situazione, prendendo le difese del figlio e spingendo il marito nel ruolo di persecutore.

L’effetto di questa dinamica è quello di impedire di affrontare il conflitto in modo diretto: non si tratta infatti di un meccanismo efficace nel risolvere il problema alla radice. Di fatto, ciò che spesso accade è che il problema venga semplicemente spostato e questo crei ulteriori tensioni.

La Sindrome del Salvatore: un ruolo che impedisce la crescita

Il Salvatore spesso si identifica con il ruolo di colui che è indispensabile e che cerca quindi costantemente di risolvere i problemi degli altri anche senza che ci sia stata una richiesta d’aiuto.

Quando questo ruolo viene assunto con costanza e in maniera quasi compulsiva o fissa, si può arrivare a parlare di “sindrome del salvatore“. Se in apparenza questo atteggiamento può sembrare positivo e ammirevole, in realtà nasconde una serie di dinamiche disfunzionali.

Anzitutto, presenta un tema di risorse personali: continuare a dare troppo, infatti, può portare a un esaurimento emotivo e fisico.

In secondo luogo, garantire un aiuto continuo non consente all’altra persona di sviluppare le proprie capacità di affrontare le difficoltà e il senso di autoefficacia, così importante e protettivo per il proprio benessere e funzionamento generale.

La premessa implicita principale del Salvatore è che l’Altro debba essere “salvato” e che il proprio intervento sia indispensabile in tal senso: senza, l’Altro non riuscirebbe a risolvere la propria situazione. Di conseguenza, il Salvatore non solo toglie agli altri la possibilità di crescere e a consolidare dentro di sé la sensazione di essere necessario, ma anche ad accumulare risentimento, stanchezza e frustrazione.

Le conseguenze del Triangolo Drammatico

In generale, questa modalità può incastrare gli attori coinvolti in un ciclo di dipendenza che impedisce alla Vittima di guadagnare autonomia e a chi svolge il ruolo del Salvatore di affrancarsi dal ciclo infinito del “soccorso”, poter affrontare le proprie necessità emotive e trovare quindi maggiore equilibrio nella propria vita.

Vittima e Persecutore o Carnefice: una dinamica distruttiva

triangolo vittima persecutore salvatoreNel triangolo di Karpman, i ruoli di Vittima e Carnefice sono particolarmente problematici: entrambi i ruoli possono essere distruttivi per il benessere emotivo e psicologico degli individui coinvolti.

La Vittima si sente impotente, incapace di cambiare la propria situazione, oppressa e giustifica la propria mancanza di azione, mentre il Carnefice (o Persecutore) può diventare sempre più aggressivo e critico.

La Vittima può coltivare dentro di sé l’idea di meritarsi un simile trattamento, avendo magari imparato che l’amore è sofferenza e che il maltrattamento è l’unico modo per sentirsi al sicuro:

“Se non mi ribello a chi mi maltratta, lui non mi abbandonerà. Se persevero nella condotta che merita punizione, otterrò maggiori punizioni e sarò utile al bisogno che ha il mio carnefice di ottenere amore ed affetto solo con la forza”.

Analizzando i giochi in maniera più approfondita tuttavia, si scopre che entrambi i ruoli appartengono alla medesima dinamica, che nasconde un vissuto di vulnerabilità: la Vittima cerca costantemente di attirare l’attenzione sulla propria sofferenza, mentre il Persecutore agisce per mantenere controllo e potere, temendo la vulnerabilità.

Il passaggio tra questi ruoli avviene in modo ciclico, auto-alimentandosi in un continuo scambio tra aggressioni e sofferenze, accuse e controaccuse, rimproveri e contro-rimproveri. Identificandosi con la Vittima, una persona può implicitamente spingere l’altra nel ruolo di Persecutore e le risposte persecutorie a loro volte rafforzano la sensazione di impotenza appresa della Vittima e la rabbia del Persecutore.

La Vittima infatti vuole un Salvatore che la comprenda fino al punto di annullarsi per lei, rinunciando ai propri bisogni, mentre lei non dà niente, solo pretende. Rimanere nella posizione vittimistica portando gli altri dentro la propria rete di lamenti e giustificazioni è la tendenza che si continua a riattualizzare. La Vittima non intende assumersi alcuna responsabilità e, quando il Salvatore non riesce a soddisfare le sue esigenze, può trasformarsi immediatamente nel Carnefice che, con critiche e rabbia esagerate, rimprovera l’altro di non dare ciò che è necessario.

Il risultato è un perpetuo gioco di potere che non si risolve. Non esiste una soluzione all’interno di questo soffocante circolo relazionale, infatti nulla può e deve cambiare: c’è un consistente dispendio d’energia perché i giochi possano continuare.

Come uscire dal Triangolo Drammatico di Karpman: strategie e consigli

I ruoli del gioco non si limitano agli scambi verbali: entrano anche nel nostro modo di vivere e tendono a stabilizzarsi.

Spesso si preferisce stare tranquilli e vivere nella propria zona di comfort, non essere sollecitati ad intraprendere cambiamenti verso qualcosa di nuovo e, pertanto, di sconosciuto. Si preferisce non vedere, aspettare e sperare che la vita sia più generosa o che un cambiamento arrivi da sé.

In generale, chi tende a entrare nei giochi relazionali sopra descritti non vuole cambiare, né prendersi responsabilità, altrimenti non rimarrebbe così a lungo nei ruoli del Triangolo Drammatico. Eppure l’unica risposta è proprio in quella presa difficile di responsabilità, senza la quale è impossibile uscire da questo schema e dal malessere che genera.

Uscire dal Triangolo Drammatico non è facile, ma è possibile.

Essenziale per un processo di fuoriuscita è innanzitutto riconoscere i ruoli che si stanno assumendo di volta in volta e poi agire in modo consapevole per interrompere il ciclo disfunzionale.

Ecco alcune strategie

Consapevolezza

Il primo passo per uscire dal Triangolo Drammatico è diventare consapevoli del proprio comportamento e dei ruoli che si stanno assumendo. Questo implica una riflessione sincera sui propri modelli relazionali e una comprensione profonda di come si tende a reagire all’interno dei conflitti.

  • forse il proprio ruolo più abituale è quello del Soccorritore, modo scelto per sentirsi sicuri e acquisire un certo grado di auto-accettazione;
  • o forse si tende a giocare il ruolo del Persecutore, intenti a trovare la colpa, a svelarla e a rimettere le cose a posto, mossi da un bisogno di punire, di pretendere delle scuse, un risarcimento, un voler rifarsi;
  • o forse si tende in maniera ricorrente  a ricoprire il ruolo di Vittima, che non vede alternative se non abbandonarsi ai capricci altrui. Un ruolo, quest’ultimo, che può diventare una forza: c’è infatti una tirannia nella debolezza; la sua forza è la colpa e questa è la moneta corrente di scambio nelle sue relazioni (Norwood, 2010): ebbene sì, anche la Vittima necessita di assumersi la propria responsabilità per favorire il cambiamento!

 

Comunicazione assertiva

Una comunicazione chiara, onesta e rispettosa è essenziale per uscire dal Triangolo. Si può scegliere cioè di non entrare più nei conflitti assumendo uno dei soliti ruoli, bensì di imparare a esprimere le proprie esigenze ed emozioni in modo aperto e chiaro e non manipolatorio, evitando di muovere accuse contro gli altri e rimanendo nell’autenticità e nel rispetto di sé e dell’altro.

Assumersi la responsabilità

È importante che ogni individuo coinvolto possa assumersi la responsabilità del proprio peso nella relazione e cioè del proprio contributo nella dinamica disfunzionale.

  • Se ci si trova nel ruolo di Vittima ad esempio, è importante riconoscere che si hanno specifiche forze e risorse su cui contare per affrontare la situazione;
  • se si è Salvatore, bisogna imparare a rispettare i limiti sia propri che altrui e non farsi carico delle responsabilità degli altri.

 

Riconoscere e gestire le emozioni

L’intelligenza emotiva, ovvero la capacità di riconoscere e regolare le emozioni, è una risorsa fondamentale per affrontare i conflitti in modo costruttivo.

Quando non si è consapevoli delle emozioni che sono in campo in un certo momento, è frequente infatti reagire d’impulso, cioè mettere in atto abituali modalità reattive automatiche, che spesso hanno conseguenze poco funzionali. Diventare sempre più consapevoli delle emozioni in circolo dà maggiori possibilità di scelta nelle nostre comunicazioni.

Consultare un professionista

In molti casi, uscire dal Triangolo Drammatico richiede l’aiuto di un consulente esterno, come uno psicoterapeuta esperto in problemi familiari e relazionali, o in psicologia di coppia.

La terapia può aiutare a esplorare le proprie tendenze ad adottare alcuni schemi relazionali, a comprenderne l’origine e a sviluppare e allenare modalità più sane ed efficaci di entrare in relazione con gli altri.

Conclusioni sul Triangolo Vittima Salvatore Persecutore

Il Triangolo Drammatico di Karpman è una dinamica disfunzionale che genera sofferenza all’interno delle relazioni interpersonali.

La consapevolezza rispetto alla propria eventuale tendenza a entrare nei ruoli di Vittima, Persecutore e Salvatore è il primo passo per uscirne. Ulteriori strumenti utili per interrompere questo ciclo disfunzionale sono imparare a utilizzare modalità comunicative assertive, assumersi le proprie responsabilità nelle interazioni e, se necessario, il supporto psicoterapeutico.

Emerge infatti chiaramente come per interrompere il Triangolo Drammatico sia necessario che ogni persona si assuma la responsabilità delle proprie azioni e comunichi in modo chiaro e maturo: questo implica una ristrutturazione delle relazioni.

Come sottolinea Norwood, è un’esperienza che arricchisce e rinforza il riuscire a non lasciarsi irretire nella lotta implicita nel tipo di scambio Salvatore-Vittima-Persecutore, ovvero non lasciarsi invischiare, mantenere la propria centralità e la propria dignità.

Giocare uno di questi ruoli, sia in un dialogo sia nella vita, impedisce infatti di concentrarsi su se stessi e tiene agganciati alla paura, alla rabbia, all’impotenza infantile; mentre rinunciare a questi giochi permette di essere liberi di sviluppare il proprio potenziale di esseri umani pienamente evoluti, di adulti responsabili della propria vita.

Restare invischiati in questi ruoli dà la sensazione che sia un’altra persona a impedirci di realizzare la felicità, mentre quando cessano i giochi, si diventa pienamente responsabili delle proprie azioni e scelte, della propria vita.

La responsabilità allora, da fonte di timore può essere invece vista come un atto di amore per se stessi.

La responsabilità rappresenta cioè una strada avventurosa che, con l’ascolto e il contatto con la propria autenticità, può accompagnare verso la costruzione di relazioni più sane, equilibrate e nutrienti e in generale verso una direzione di maggiore consapevolezza e felicità.

FONTI E APPROFONDIMENTI SUL “TRIANGOLO DRAMMATICO DI KARPMAN”

Berne E. (1961). Transactional Analysis in Psycotherapy. Grove Press. New York.

Bowen M (1979). Dalla famiglia all’individuo. Roma, Astrolabio.

Ivaldi A. (2004). Il Triangolo Drammatico: da strumento descrittivo a strumento terapeutico. Cognitivismo Clinico 1, 2, pp. 108-123.

Karpman S. B. (1968). Fairy tales and script drama analysis. Transactional Analysis Bullettin 7, pp. 39-43.

Norwood, R. (2010). Donne che amano troppo. Milano, Giangiacomo Feltrinelli Editore

Torresan, P. (2012). Il modello motivazionale dell’Analisi Transazionale quale frame per osservare e valutare percorsi educativi e formativi. Formazione & Insegnamento X – 1, doi: 10746-fei-X-01-12/13 © Pensa MultiMedia

Troisi, E.M. (2015). Vittimologia e relazione vittima-carnefice. In Manuale Didattico – Operativo Atti dei Convegni di Pisa del 2013-2014 e altri contributi a cura di Giovanna Bellini e Marco Strano. On-Line su www.stalkingtalk.it.


Articolo redatto in collaborazione con la Dott.ssa Simona Raspelli