30 Ott Psicofarmaci e psicoterapia: quando servono insieme
Può capitare, durante un percorso di psicoterapia, che si valuti l’inserimento di uno psicofarmaco. Tale opportunità spesso è accompagnata, da parte del paziente, da timori, pregiudizi e diffidenze che possono rendere più difficile valutare le possibilità di cura e scegliere con consapevolezza. Vediamo di chiarire, in questo articolo, che rapporto c’è tra psicofarmaci e psicoterapia.
Psicofarmaci e psicoterapia
Va premesso che non tutti hanno bisogno di farmaci: la scelta dipende dal problema, dalla sua gravità, dalla storia clinica e dalle preferenze della persona, dopo una valutazione professionale. Ricevere un aiuto farmacologico non misura la forza di volontà di una persona. Come psicologa psicoterapeuta non prescrivo farmaci; quando è opportuno, propongo una valutazione medica (psichiatrica) da affiancare eventualmente al lavoro che stiamo svolgendo.
Spesso succede anche che lo psichiatra che prescrive farmaci ad una persona per una determinata sintomatologia psicologica, gli suggerisca di iniziare anche un lavoro psicoterapeutico, perché in molti casi, associare terapia farmacologica e psicoterapia permette di ottenere maggiori benefici rispetto a ciascun trattamento utilizzato da solo.
Psicofarmaci e psicoterapia possono infatti essere utilizzati insieme quando i sintomi compromettono la vita quotidiana o rendono difficile partecipare al percorso psicologico.
I dubbi più frequenti sugli psicofarmaci
I dubbi più comuni che mi capita di incontrare sono i seguenti:
- Se inizio a prendere un farmaco, sarò ancora me stesso?
- I farmaci cambiano la personalità?
- Non voglio diventare dipendente dagli psicofarmaci!
- Ho paura degli effetti collaterali!
- Se faccio già psicoterapia, perché dovrei averne bisogno?
Si tratta di dubbi leciti e naturali: durante un percorso di psicoterapia si valuta accuratamente questa possibilità, se ne analizzano costi e benefici in modo da poter prendere una decisione consapevole e informata.
Psicofarmaci e psicoterapia: che differenza c’è
Gli psicofarmaci sono medicinali che agiscono sul sistema nervoso e vengono utilizzati per trattare diversi disturbi psichici.
Le categorie principali comprendono:
- antidepressivi (SSRI)
- ansiolitici (benzodiazepine)
- stabilizzatori dell’umore
- e antipsicotici.
Si tratta di categorie con indicazioni, benefici e rischi differenti. Non bisogna però lasciarsi trarre in inganno dal nome, farsi spaventare, o fare valutazioni da autodidatta: infatti, un antidepressivo può essere impiegato per trattare gli attacchi di panico o la sintomatologia ossessiva. Un antipsicotico può essere inserito per gestire l’ansia o per migliorare il sonno – queste valutazioni vanno lasciate ai medici specializzati: gli psichiatri.
Una visita psichiatrica non comporta automaticamente una prescrizione. Può servire a capire meglio cosa sta accadendo e a discutere le possibilità di cura.
La psicoterapia
La psicoterapia lavora attraverso la relazione terapeutica e interventi psicologici specifici. Aiuta a comprendere e modificare pensieri, comportamenti, modalità relazionali e difficoltà nella regolazione delle emozioni, tenendo conto della storia della persona.
La distinzione “i farmaci curano i sintomi, la psicoterapia cura le cause” è troppo schematica, anche se contiene un fondo di verità.
Anche la psicoterapia può ridurre i sintomi; i farmaci possono sostenere il recupero del funzionamento quotidiano e, in alcune condizioni, contribuire alla prevenzione delle ricadute. Spesso, l’integrazione della terapia farmacologica e della terapia psicologica serve a massimizzare i benefici di entrambe.
Chi prescrive gli psicofarmaci? Psicologo o psichiatra?
Risposta veloce: il medico, meglio se psichiatra.
La risposta più approfondita riguarda diversi aspetti: anzitutto va premesso che lo psicologo, neanche quando è psicoterapeuta, non è un medico – e pertanto non è autorizzato a prescrivere farmaci né psicofarmaci. Se mai, può può riconoscere l’opportunità di una consultazione psichiatrica quando ne ravvisa l’utilità o la necessità e proporla, senza indicare medicinali o dosaggi.
- lo psichiatra: lo psichiatra è un medico specializzato nella salute mentale e può prescriverli.
- il neurologo: è un medico e può prescrivere farmaci, compresi gli psicofarmaci, quando indicati per la condizione clinica che sta trattando.
- il medico di base: anche il medico di medicina generale (MMG) può prescrivere molti psicofarmaci, nel rispetto delle regole previste per ciascun medicinale. Nei quadri complessi o quando il trattamento non sta aiutando, la valutazione specialistica permette di approfondire diagnosi, indicazioni e alternative.
- il neuropsichiatra: neuropsichiatra infantile è un medico e può prescrivere farmaci, compresi gli psicofarmaci, quando indicati per il trattamento di bambini e adolescenti.
Leggi qui che differenza c’è tra psicologo, psicoterapeuta, psicoanalista e psichiatra.
Psicoterapia o psicofarmaci: come scegliere?
La scelta considera diversi fattori: gravità, durata dei sintomi, trattamenti precedenti e preferenze personali. Soprattutto, è importante farsi consigliare da un professionista di fiducia ed evitare il fai-da-te.
Quando la psicoterapia può essere sufficiente
In diverse situazioni di sintomatologia psicologica (ansia e stress, momenti di crisi, lutti, sentimenti depressivi, problemi di autostima etc.) un trattamento psicologico appropriato può essere utilizzato senza farmaci. Per la depressione meno grave ad esempio, le linee guida NICE non raccomandano di proporre abitualmente un antidepressivo come primo trattamento, salvo che sia la preferenza informata della persona.
Questo non vuol dire aspettare passivamente. Si concordano obiettivi e si verifica l’andamento del percorso. Se i sintomi peggiorano o il miglioramento è insufficiente, il progetto di cura va rivalutato.
Quando andare dallo psichiatra
Una valutazione può essere utile quando ansia, attacchi di panico, umore depresso, insonnia o altri sintomi interferiscono molto con lavoro, relazioni e cura di sé, oppure quando il trattamento in corso non porta benefici sufficienti.
In alcuni disturbi (disturbo bipolare, depressione maggiore o disturbi psicotici) la terapia farmacologica ha un ruolo essenziale e la psicoterapia si integra con la presa in carico medica.
Se compaiono intenzioni suicidarie o non riesci a mantenerti al sicuro, serve assistenza urgente: chiama il 112 o raggiungi il pronto soccorso.
Quando i farmaci aiutano a lavorare meglio in psicoterapia
A volte i miei pazienti mi chiedono qual è la ratio per cui si aggiunge un farmaco alla psicoterapia. Questo accade quando la sofferenza occupa così tanto spazio da rendere difficile il lavoro in seduta.
- Vorresti raccontare ciò che ti accade, ma l’ansia o il pianto interrompono ogni pensiero.
- Oppure comprendi quello di cui parli con il terapeuta, ma fuori dallo studio stai troppo male per provare a mettere in pratica ciò di cui si discute.
Un trattamento farmacologico appropriato può ridurre alcuni di questi ostacoli e rendere più accessibili le tue risorse. Se diminuiscono l’agitazione o il peso dei pensieri depressivi, si sperimenta un notevole sollievo e può diventare più facile mantenere l’attenzione, riflettere su un’esperienza e affrontare gradualmente le cose da una prospettiva meno angosciante. A volte, gli psicofarmaci tolgono quel po’ di pressione che può consentire di muoversi nel mondo in maniera più libera, intentanto che si lavora in psicoterapia.
Anche il significato attribuito al farmaco può diventare oggetto del lavoro terapeutico: per qualcuno rappresenta un aiuto, per altri una sconfitta o una minaccia alla propria autonomia. Esplorare questi vissuti permette di comprendere come la proposta farmacologica si inserisca nella storia della persona e nella relazione con chi la cura.
La possibilità di un sollievo grazie ai farmaci
È una possibilità clinica, non un effetto garantito, e a volte ci vuole del tempo per trovare la cura farmacologica giusta. La risposta individuale e gli eventuali effetti collaterali vanno valutati nel corso del tempo.
Inoltre, il farmaco non svolge al tuo posto il lavoro psicoterapeutico. Può però aiutarti a parteciparvi in condizioni più favorevoli. Gli apprendimenti e i cambiamenti che costruisci nel percorso restano parte del tuo impegno.
Si potrebbe esprimere così: i farmaci talvolta aiutano a conoscere come sarebbe la tua vita se tu stessi meglio, se tu funzionassi al meglio del tuo potenziale e delle tue possibilità. Una volta imparato a stare bene, questo benessere può continuare anche quando si deciderà di ridurre o sospendere il farmaco.
“Non voglio prendere psicofarmaci”: come affrontare paure, pregiudizi e timori
Puoi temere la dipendenza, gli effetti collaterali o l’idea di dover assumere medicinali per sempre. Queste preoccupazioni vanno ascoltate. Vediamo di seguito quali sono i timori più comuni
1. Gli psicofarmaci cambiano la personalità?
“Ho paura di non riconoscermi più, o di cambiare per sempre.” Questa preoccupazione merita una risposta che vada oltre un semplice “non succederà”.
L’obiettivo della terapia farmacologica non è cambiarti come persona (per inciso: non è possibile che succeda), ma ridurre la sofferenza che limita il tuo modo di vivere.
Quando i sintomi si attenuano, puoi ritrovare capacità che sembravano perdute: concentrarti, interessarti agli altri, prendere decisioni, tornare a un’attività che ami. Il trattamento può aiutarti a utilizzare meglio le tue potenzialità (senza promettere un funzionamento perfetto) ma senza cambiarti come persona.
Non sarebbe corretto affermare che i farmaci non influenzino mai aspetti della personalità o dell’esperienza emotiva: una terapia farmacologica può aumentare il buonumore, rendere meno aggressivi o aumentare i livelli di energia. Alcuni studi hanno osservato cambiamenti in tratti misurati con questionari durante il trattamento antidepressivo; questo non equivale a diventare un’altra persona.
Alcuni medicinali possono inoltre provocare appiattimento emotivo, sonnolenza o altri effetti indesiderati. Se ti senti spento, distante o “diverso da te”, parlane con lo psicoterapeuta o con il medico che te li ha prescritti: è un’esperienza da valutare, non da liquidare come il prezzo inevitabile della cura.
2. La paura della dipendenza
Non tutti gli psicofarmaci comportano gli stessi effetti. Alcuni farmaci come le benzodiazepine possono causare dipendenza e tolleranza; altri come gli antidepressivi non producono tipicamente una dipendenza caratterizzata dalla ricerca compulsiva della sostanza, ma possono provocare sintomi da sospensione, o una sensazione di “dipendenza psicologica“, che nella mia esperienza è quella che le persone maggiormente temono.
Tuttavia, questi aspetti possono essere ovviati ed affrontati ricevendo anzitutto tutte le informazioni necessarie per poter prendere una decisione (il cosiddetto “consenso informato“), oltre al fatto che con un’assunzione e poi uno scalaggio graduale l’effetto della dipendenza – fisica o psicologica che sia, può essere ben gestito. Si viene sempre accompagnati dal medico di riferimento.
3. La paura degli effetti collaterali
Come tutti i farmaci, anche gli psicofarmaci hanno degli effetti collaterali che variano da farmaco a farmaco, e da persona a persona. Il medico deve spiegare quelli pertinenti alla terapia proposta e concordare come monitorarli, ed eventualmente come poterli prevenire. Chiedere informazioni non ostacola la cura: ti permette di partecipare alle decisioni. La valutazione riguarda il medicinale specifico, la durata, le condizioni della persona e soprattutto il famoso rapporto costi-benefici. Se stiamo parlando di una sofferenza invalidante o addirittura insopportabile, alcuni effetti collaterali possono diventare secondari: la valutazione avviene caso per caso.
4. Prendere psicofarmaci significa assumerli per tutta la vita?
La durata varia a seconda del disturbo, della risposta soggettiva e dell rischio di ricaduta. Per alcune persone il trattamento è limitato nel tempo; per altre può essere indicato più a lungo. Stare meglio non significa sempre che sia già opportuno interromperlo: la sospensione va concordata con il medico e può richiedere una riduzione graduale personalizzata.
Proseguire la psicoterapia può aiutare a osservare eventuali difficoltà e consolidare gli strumenti acquisiti; non sostituisce il monitoraggio medico.
Come funziona il trattamento combinato?
Nel trattamento combinato, psicoterapia e terapia farmacologica vengono inserite in un progetto condiviso. Lo psichiatra valuta e monitora i farmaci; lo psicoterapeuta conduce il percorso psicologico. Con il tuo consenso, i professionisti possono scambiarsi le informazioni cliniche necessarie. Questo coordinamento permette di valutare meglio i cambiamenti nel sonno, nell’umore, nelle attività quotidiane e nella partecipazione alle sedute.
Un primo colloquio per capire da dove iniziare
Sono Chiara Venturi, psicologa psicoterapeuta a orientamento psicodinamico, formata in EMDR e cofondatrice dello Studio di Psicologia e Psicoterapia Tenca Venturi. Nel percorso considero i sintomi insieme alla storia personale, alle relazioni e alle condizioni di vita.
Puoi contattarmi anche se non sai quale trattamento ti serva. Nei primi colloqui esploriamo le difficoltà attuali, il loro impatto e gli eventuali percorsi precedenti. Discutiamo poi una proposta di lavoro e, quando utile, l’opportunità di una valutazione psichiatrica, che è disponibile presso i professionisti che collaborano con il nostro studio.
Domande frequenti su psicofarmaci e psicoterapia
Lo psicoterapeuta può consigliare farmaci? Lo psicologo può prescrivere farmaci?
No. Lo psicologo e lo psicoterapeuta psicologo non possono prescrivere medicinali. Possono proporre una valutazione psichiatrica quando la ritengono utile e collaborare con il medico, con il consenso della persona, mantenendo distinti i rispettivi compiti.
Lo psicoterapeuta può consigliare una visita psichiatrica?
Certamente. Può proporla quando i sintomi o l’andamento del percorso suggeriscono l’utilità di un approfondimento medico. La proposta va spiegata e discussa: non equivale a una prescrizione e non comporta automaticamente l’inizio di una terapia farmacologica.
Gli psicofarmaci danneggiano il cervello?
Tutti i farmaci, anche gli psicofarmaci hanno dei rischi e degli effetti collaterali ma non si può attribuire un danno cerebrale inevitabile a un’intera categoria di medicinali. Gli effetti dipendono dal medicinale, dalla durata del trattamento e dalle condizioni individuali. La prescrizione e i controlli medici servono a valutare benefici ed effetti indesiderati nel tempo.
Il medico di base può prescrivere psicofarmaci?
Sì, può prescrivere molti psicofarmaci, rispettando le condizioni previste per ciascun medicinale. Può inoltre orientarti verso uno psichiatra quando occorre una valutazione più specialistica, per esempio in presenza di sintomi complessi, dubbi diagnostici o risposta insufficiente al trattamento.
Si possono curare ansia e depressione senza farmaci?
In diverse situazioni sì, attraverso trattamenti psicologici appropriati (psicoterapia). La scelta dipende dalla diagnosi, dalla gravità, dalle preferenze e dalla risposta al percorso. Nei quadri più impegnativi è opportuno valutare anche il contributo della terapia farmacologica.
Perché prendere farmaci se faccio già psicoterapia?
Perché alcuni sintomi possono rendere difficile partecipare alle sedute e affrontare la vita quotidiana. Quando indicato, il farmaco può ridurre questi ostacoli. Associare i trattamenti non dimostra che la psicoterapia abbia fallito, anzi spesso i due percorsi in parallelo si valorizzano reciprocamente.
Gli psicofarmaci cambieranno chi sono?
La cura mira a ridurre la sofferenza e favorire il recupero delle tue capacità. Può però influenzare l’esperienza emotiva e alcuni aspetti del comportamento. Se percepisci cambiamenti sgradevoli o non ti riconosci, discutine con il medico.
Tutti gli psicofarmaci creano dipendenza?
No: i rischi differiscono tra categorie e medicinali. La dipendenza psicologica che molti temono, spesso ingiustificatamente, è un aspetto che è molto utile discutere con il curante.
L’EMDR richiede di sospendere i farmaci?
No. L’EMDR può essere svolto anche durante una terapia farmacologica. L’idoneità e il ritmo del lavoro dipendono dalla valutazione clinica. Eventuali modifiche ai medicinali devono essere decise dal prescrittore, coordinandosi quando necessario con lo psicoterapeuta.
Se sto meglio, posso smettere di prendere i farmaci?
Non autonomamente. Il miglioramento va consolidato e valutato sempre dal medico prescrittore, in collaborazione con lo psicoterapeuta. Il medico concorda tempi e modalità dell’eventuale sospensione, che spesso va svolta in modo graduale.
Le informazioni hanno finalità divulgative e non sostituiscono una valutazione clinica individuale.
PSICOTERAPIA E FARMACI: FONTI E APPROFONTIMENTI
- NICE, Depression in adults: treatment and management (NG222)
- NICE, Generalised anxiety disorder and panic disorder in adults (CG113)
- NICE, Post-traumatic stress disorder (NG116)
- NICE, Medicines associated with dependence or withdrawal symptoms (NG215)
- NHS, Antidepressants
- NIMH, Psychotherapies
- Tang T. Z. et al. (2009). Personality change during depression treatment. Archives of General Psychiatry, 66(12), 1322–1330