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Molte persone si avvicinano alla psicoterapia con una domanda molto semplice, comprensibile e umana: perché cambiare è così difficile? In quanto tempo può avvenire il cambiamento psicologico? Se sappiamo cosa ci fa soffrire, perché non riusciamo semplicemente a smettere di farlo? Perché certe abitudini, schemi relazionali o modalità emotive sembrano ripetersi nel tempo, anche quando ne riconosciamo la dannosità? Questi dubbi spesso è legata alla domanda sulla durata di un percorso di psicoterapia. Scopriamo in questo articolo perché la risposta a questa domanda non può essere ridotta ad una semplice somma di giorni, mesi o anni - e i fattori in gioco davvero tanti Cambiamento psicologico: perché è così lento "La fretta è nemica del bene", recita un antico adagio. Nel lavoro psicologico questa saggezza è particolarmente vera: i cambiamenti più profondi sono spesso quelli che maturano lentamente. Questa domanda riguarda il cuore della psicologia del cambiamento. Il cambiamento psicologico è possibile, ma quasi mai è rapido, se vuole essere duraturo. Non si tratta solo di una decisione istantanea o di un semplice atto di volontà. Piuttosto, è un processo di cambiamento graduale che coinvolge emozioni, pensieri, memorie, abitudini e il senso di identità. Cos'è davvero il cambiamento psicologico Cambiamento psicologico non significa semplicemente "smettere di fare qualcosa" o decidere...

Possiamo definire l'insoddisfazione cronica come una condizione psicologica caratterizzata da una trasversale difficoltà nel provare appagamento nei vari ambiti della propria vita. L'insoddisfazione cronica è indipendente da ciò che si riesce a conquistare, dagli obiettivi che si riesce a raggiungere o dall'effettivo stato della propria condizione. Riconoscere questa dinamica è fondamentale, perché l’insoddisfazione cronica può indicare un disturbo psicologico come un quadro depressivo sottostante o una insoddisfazione esistenziale, ma può anche rappresentare un segnale significativo di stress emotivo o una tendenza al perfezionismo e alla ruminazione mentale. Cos'è l'insoddisfazione cronica Non si tratta di un semplice momento di stanchezza: si tratta se mai di un persistente atteggiamento di pessimismo, lamento e negatività: è un'esperienza interna molto faticosa che può accompagnare per mesi o anni, generando un senso di vuoto, di autosvalutazione e la sensazione costante di non riuscire ad essere appagati, perché i momenti di gratificazione durano poco e si estinguono in fretta. Sentirsi insoddisfatti della propria vita è un'esperienza comune: come possiamo distinguere una sensazione di insoddisfazione fisiologica da un'insoddisfazione perenne che merita una presa in carico? Possiamo definire l'insoddisfazione normale in questo modo: c'è qualche ambito della mia vita che non sento appagante, magari anche per un lungo periodo. Posso prenderlo come un segnale...

Come mai in alcune circostanze l'ansia si chiama "ansia da prestazione"? Vediamolo in questo articolo, in cui approfondiremo sintomi, ambiti specifici in cui si può presentare, e strategie di gestione. Un colloquio importante, una gara sportiva, un esame, una serata intima: ci sono momenti in cui sentiamo che dobbiamo “essere all’altezza”, dimostrare qualcosa a noi stessi o agli altri ed è normale avvertire un certo grado di tensione. Ma le cose cambiano se l’ansia supera la soglia della funzionalità e diventa invalidante. Cos'è l'ansia L’ansia è un meccanismo che ci consente di attivare fisiologicamente il corpo e la mente per agire nelle situazioni in cui ci viene chiesto un impegno fisico o intellettuale: tale attivazione è finalizzata al performare al meglio delle nostre possibilità. In questo senso, si tratta di un'attivazione funzionale e positiva che ci può supportare nel raggiungimento di un obiettivo. Se però l'ansia supera una certa soglia o diventa eccessiva, diventa controproducente e può inficiare le nostre prestazioni, o farci vivere la prova, qualsiasi essa sia, con stress e sofferenza. Cos'è l'ansia da prestazione L’ansia da prestazione si può definire come una preoccupazione intensa rivolta ad situazione, che richiede una certa performance, che stiamo per affrontare. L’ansia da prestazione è un vissuto diffuso e...

La psicobiotica è una branca delle neuroscienze e studia da alcuni decenni gli effetti del microbioma intestinale sulla mente. Il microbioma è definito come l'insieme dei microrganismi (batteri e lieviti) che vivono nel nostro intestino. Se è noto come l'insieme di questi microorganismi influisce sulla nostra salute fisica, la ricerca riguardo alle ripercussioni sul cervello è ancora in corso, e si occupa principalmente di studiare gli effetti del microbioma sulle funzione cognitive e sull'umore. L'intestino: il secondo cervello Che cervello e intestino si influenzino a vicenda è un’idea antica e diffusa: pensiamo alle diverse espressioni tipiche della nostra cultura con cui indichiamo la somatizzazione delle reazioni emotive, dell’ansia e dello stress (ad es. “avere le farfalle nello stomaco” o “avere le budella attorcigliate”). Ma è solo negli ultimi anni che la ricerca ha permesso di conoscere, seppur parzialmente, come avviene la collaborazione fra i due organi, tanto da arrivare a coniare il termine di “cervello intestinale”. Esiste infatti una connessione tra un insieme complesso di neuroni situato nelle pareti del tubo digerente, chiamato sistema nervoso enterico, e il cervello, connessione che avviene tramite fibre nervose. Oltre a queste connessioni dirette, cervello e intestino comunicano attraverso il circolo sanguigno, tramite molecole come ormoni, neurotrasmettitori e immunomodulatori che,...

La depressione stagionale, chiamata anche disturbo affettivo stagionale (SAD, Seasonal Affective Disorder), è un disturbo dell'umore che si manifesta in relazione ai cambiamenti stagionali, influenzando significativamente l’umore e il benessere emotivo di chi ne è affetto. Consiste nel verificarsi di episodi depressivi in alcuni specifici periodi dell’anno. Esploriamo in questo articolo come la depressione da cambio di stagione impatta ciclicamente sulla vita delle persone e come può essere gestita efficacemente. Cos'è la depressione stagionale Il Disturbo Affettivo Stagionale è un tipo di depressione che si manifesta regolarmente, ogni autunno o inverno, quando le giornate diventano corte e buie, anche se può verificarsi anche in altri periodi dell'anno. La causa per cui si verifica principalmente nei mesi invernali è la mancanza di luce solare. Altre situazioni in cui le persone non ricevono abbastanza luce solare possono includere periodi nuvolosi o piovosi in altre stagioni dell'anno, oppure vivere in luoghi bui e lavorare per lunghe ore in uffici poco illuminati. Ogni volta che c'è una carenza di luce solare, le persone vulnerabili al Disturbo Affettivo Stagionale possono sviluppare sintomi. Depressione stagionale e DSM V Il disturbo è stato descritto e definito per la prima volta nel 1984, da Norman E. Rosenthal, ricercatore e psichiatra americano. Ad oggi, secondo il DSM-5,...

L'inconscio inteso da Freud è alla base della teoria psicoanalitica. Scopriamo in questo articolo cos'è l'inconscio per Freud e quali affascinanti ricadute ha sulla concettualizzazione della vita psichica umana. Cos'è l'inconscio - Introduzione L'inconscio è uno dei concetti fondamentali nella teoria psicoanalitica di Sigmund Freud e rappresenta un aspetto cruciale per comprendere il funzionamento della mente umana. Ma cos'è esattamente l'inconscio secondo Freud? In questo articolo esploreremo in profondità il significato dell'inconscio, il suo ruolo nel modellare i nostri pensieri, emozioni e comportamenti, e come influisce sulla nostra vita quotidiana. Attraverso una panoramica delle teorie freudiane, capiremo perché l'inconscio è considerato il motore nascosto delle nostre azioni e come può essere portato alla luce tramite la psicoterapia. Cos'è l'inconscio per Freud Sigmund Freud è universalmente riconosciuto come il fondatore della psicoanalisi e il principale teorico del concetto di inconscio. Secondo Freud, l'inconscio è una parte della mente che contiene pensieri, ricordi e desideri (sia contenuti, sia processi) che sono al di fuori della consapevolezza cosciente ma che influenzano comunque il comportamento e le emozioni dell'individuo. Freud introduce per la prima volta il concetto di inconscio nel suo magistrale testo "L'Interpretazione dei sogni" del 1900, dove descrive l'inconscio come un deposito di contenuti non accessibili alla...

Cos'è la Sindrome di Münchausen per procura? Scopriamolo guardando insieme due avvincenti serie TV. Sindrome di Münchausen per procura: inquadramento clinico La sindrome di Münchausen per procura è classificata nei principali sistemi diagnostici internazionali come una forma di "disturbo fittizio imposto ad altri". Si tratta di una forma grave di maltrattamento e abuso in cui chi ne è affetto induce o simula malattie in una persona sotto la sua cura, al fine di attirare su di sé attenzione e compassione da parte del personale medico e della comunità. Questo disturbo si distingue per la deliberata falsificazione di sintomi o l'induzione di condizioni patologiche nella vittima, senza un evidente vantaggio esterno, come un guadagno economico. La motivazione principale risiede nel bisogno psicologico del perpetratore di assumere il ruolo di "genitore devoto" o "caregiver premuroso". Nel DSM-5 (APA, 2013), il disturbo fittizio viene distinto in due forme: Disturbo fittizio imposto a sé stessi Disturbo fittizio imposto ad altri (la forma per procura) Nel caso della sindrome per procura, l’individuo (di solito il caregiver) induce intenzionalmente o finge sintomi in un’altra persona (di solito un bambino o una persona vulnerabile), allo scopo di assumere un ruolo accudente, attento e premuroso, attirando così attenzione o simpatia. Il DSM-5 specifica che...

La sindrome del sopravvissuto è un fenomeno psicologico complesso che coinvolge spesso chi ha vissuto esperienze traumatiche o catastrofiche come incidenti, violenze familiari, disastri naturali, attentati, malattie gravi o altre situazioni ad alto impatto emotivo. In questo articolo approfondiremo la complessità del senso di colpa che può affliggere i sopravvissuti, e le sfide legate alla difficoltà a riabbracciare la vita con gioia e a ritrovare la felicità dopo avere superato eventi di questo calibro. Sindrome del Sopravvissuto Si direbbe che, inevitabilmente, dopo essere sopravvissuti (fisicamente o psichicamente) ad un evento drammatico, la reazione naturale sarebbe quella di gioire per lo scampato pericolo, di godersi ogni singolo giorno ricevuto in dono e di valorizzare ogni istante della propria vita. Come spesso accade nel nostro mondo interno, le cose non sono però così semplici. E la sindrome del sopravvissuto ce lo insegna. Spesso, l'emozione che accompagna la vita post traumatica in particolari condizioni è il senso di colpa: il senso di colpa dei sopravvissuti. L'origine del senso di colpa del sopravvissuto Chi ha la fortuna di sopravvivere ad un evento traumatico, che mette la persona a stretto contatto con la morte fisica o psicologica, deve affrontare il senso di colpa...

Chi ha mai sentito parlare del neologismo che definisce una persona "workaholic"? Non c'è dubbio che viviamo in un'epoca che elogia il senso del dovere e promuove una cultura del lavoro intensa: la carriera, la performance e le pressioni fanno parte della nostra quotidianità, vengono ormai date per scontate. Lo stress da lavoro e la dipendenza da lavoro (workaholism o work aholism) rappresentano due facce della stessa medaglia. Potremmo dire che, se l'impegno e la realizzazione professionale sono importantissimi, è fondamentale prevenire e riconoscere i segnali di stress e di malessere per non incorrere in problemi di salute mentale e fisica, e preservare il nostro benessere psicologico. Vediamo in questo articolo cos'è la dipendenza dal lavoro, e come poter applicare le strategie per proteggersi anche da un eventuale burn out. Dipendenza da lavoro: chi si può definire "workaholic" Nel mondo contemporaneo, l'equilibrio tra lavoro e vita personale è diventato sempre più sfidante. Mentre la passione e l'impegno sono elementi positivi nella carriera, esiste un lato oscuro che può trasformare questa passione in una forma dannosa: la dipendenza da lavoro. Questo fenomeno, spesso sottovalutato, può avere a lungo andare conseguenze invalidanti sulla salute psicologica e sul benessere generale di una persona che diventa workaholic. Workaholic significato: Cos'è la dipendenza...

I meccanismi di difesa psicologica sono un concetto fondamentale dell'approccio psicoanalitico. I meccanismi di difesa sono processi mentali automatici che aiutano tutti noi ad affrontare situazioni psicologicamente stressanti e a preservare il nostro equilibrio mentale. In questo articolo esploreremo le diverse tipologie di meccanismi di difesa, dal contributo di Freud alle integrazioni di Anna Freud e di altri autori psicoanalitici. Saranno affrontate le differenze tra i meccanismi di difesa primari e secondari e la loro funzione nell'economia psichica, con alcuni esempi per una comprensione più approfondita. Meccanismi di Difesa Psicologica I meccanismi di difesa psicologica rappresentano delle dinamiche psichiche automatiche che il nostro inconscio - tramite pensieri, sentimenti o comportamenti - attiva per proteggerci da conflitti e stress, e da emozioni angoscianti o da pensieri difficili da accettare. Sono modalità che utilizziamo abitualmente per rispondere alle richieste, agli eventi e agli stimoli della vita, e per evitare pericoli e dispiaceri. Questi processi possono essere considerati come una sorta di "armatura" psicologica che ci aiuta a mantenere la stabilità emotiva nella quotidianità, nel breve e nel lungo periodo: dai momenti più comuni agli eventi più stressanti che la vita ci chiama ad affrontare, aiutandoci così a superare le varie difficoltà che incontriamo lungo il...