Psicoterapia, psicoanalisi, EMDR
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Esperienze traumatiche e tossicodipendenza: psicoterapia con EMDR

Esperienze traumatiche e tossicodipendenza: psicoterapia con EMDR

Nel corso del 2016 sono stata coinvolta in una ricerca, condotta nel contesto della comunità di recupero per tossicodipendenti di San Patrignano, volta a riflettere su eventuali correlazioni tra l’utilizzo di sostanze stupefacenti con altre variabili individuali e/o familiari, tra cui la presenza in anamnesi di un’esperienza di abuso sessuale precedente all’utilizzo di droghe. Presso comunità ho lavorato come psicoterapeuta e l’équipe inviante, conoscendo la mia formazione specifica sul trattamento delle esperienze traumatiche attraverso l’approccio EMDR, spesso mi ha inviato in psicoterapia ragazzi/e che hanno vissuto questo tipo di drammatica esperienza nella loro storia.

Si rileva infatti una correlazione piuttosto alta tra utilizzo di sostanze stupefacenti ed esperienze traumatiche come violenze e abusi, subiti spesso in età infantile o adolescenziale, con una frequenza maggiore nel sesso femminile. I dati sembrano inoltre mostrare che coloro che sono stati vittima di abuso inizino a usare sostanze stupefacenti più precocemente rispetto a coloro che non hanno subito abuso.  

 

EMDR, TOSSICODIPENDENZA ED ESPERIENZE TRAUMATICHE

Nei casi presi in carico è molto frequente riscontrare in anamnesi episodi, singoli o ricorrenti, di esperienze traumatiche, le quali avvengono frequentemente in ambito familiare: violenze fisiche, psicologiche e neglect (trascuratezza), oltre a esperienze di abusi o molestie sessuali. Vi sono ormai molti studi e autori che attestano la relazione tra esperienze di vita traumatiche e l’utilizzo di sostanze.

Le ricerche mostrano che, nella popolazione civile, la prevalenza del disturbo da uso di sostanze varia tra il 21,6 e il 43% nelle persone con PTSD (Disturbo Post Traumatico da Stress), mentre le percentuali nei soggetti senza PTSD sono decisamente più basse (8,1-24,7%). Anche l’ACE-study (Adverse Childhood Experiences) ci indica che i soggetti esposti in età infantile a esperienze di vita avverse hanno quindi maggiore probabilità di incorrere da adulti in problemi di salute o sociali, tra cui le dipendenze. Qualora vi sia comorbidità tra PTSD e disturbo da uso di sostanze, entrambi i disturbi tendono a essere più gravi e più refrattari al trattamento rispetto al disturbo singolo.

Nel riflettere su questa importante correlazione, dobbiamo considerare che gli esseri umani che nascono e crescono in contesti non tutelanti di trascuratezza e di maltrattamento sviluppano un senso del sé fragile, poco coeso e molto svalutato. Entrando nella pubertà o nell’adolescenza, il soggetto che incontra le sostanze scopre che esse possono anestetizzare il dolore e può iniziare a utilizzarle come un “farmaco” autoprescritto per tenere il dolore sotto controllo e sotto la soglia di coscienza attraverso uno stato di alterazione della stessa, allontanando così i vissuti devastanti conseguenti alle esperienze traumatiche. La droga viene quindi spesso utilizzata dai soggetti per “autocurarsi” dai dolori del trauma. Anche la ricerca ha evidenziato l’utilizzo delle sostanze stupefacenti o dell’alcool come strumento di autoregolazione e di autocura. Questo vale soprattutto per le sostanze che deprimono il sistema nervoso centrale come alcol, cannabis, oppioidi e benzodiazepine, che vengono utilizzate dai soggetti al bisogno per “guarire” temporaneamente dai sintomi del Disturbo Post Traumatico da Stress.

Talvolta l’attivazione fisiologica conseguente all’uso di sostanze può “sommarsi” all’attivazione dovuta al PTSD, e questo iper-arousal può riattivare i sintomi del trauma, innescando così un circolo vizioso che perpetua l’abuso e la ricaduta, e la sostanza diviene sempre più indispensabile per affrontare gli eventi di gravità crescente che un tossicodipendente tipicamente incontra come ricadute, problemi con la giustizia, morte di amici etc.

In un sistema nervoso così “bombardato” da fattori stressogeni, le interazioni tra i sistemi neurobiologici nei pazienti con PTSD e un concomitante uso di sostanze sono molto complessi. Dopo aver conosciuto la droga in adolescenza (anche perché l’adolescente ha una minor percezione del rischio a causa di una corteccia prefrontale ancora non giunta al suo completo sviluppo), l’utilizzo di sostanze può diventare quindi costante e sempre maggiore. Quando il soggetto che decide di disintossicarsi e iniziare un percorso di recupero si trova per la prima volta lucido dopo anni, i ricordi e i relativi vissuti tornano alla memoria con ferocia, destabilizzandolo potentemente, con memorie intrusive, flashback o incubi che hanno la stessa potenza di eventi recenti. Allora capiamo bene che non è sufficiente disintossicare il fisico e ripulire il sangue, se non vengono anche risolti i conflitti e le profondissime sofferenze che sono alla base delle condotte successive.

Bisogna considerare inoltre che le vittime di abuso vivono dei paralizzanti sensi di colpa e di vergogna per quanto è loro accaduto, e la paura di non essere creduti o di essere colpevolizzati dagli adulti, spesso non disponibili all’ascolto e alla comprensione, li portano a tacere e a non autorizzarsi a chiedere aiuto. Quando poi l’abusante è un familiare, si apre un acceso conflitto tra la figura dell’adulto come caregiver e la rappresentazione dello stesso come perpetratore, creando una dinamica ambivalente definita da Liotti come un “paradosso irrisolvibile”, che è in grado di gettare il bambino in una totale confusione poiché attiva contemporaneamente il sistema di attaccamento e il sistema di difesa, disorganizzando profondamente il suo Sè. In questi casi, la vittima “preferisce” dare la colpa a sé e salvare il caregiver. Quando il soggetto cresce, si ritrova a dover fare i conti, oltre che con la violenza subita, anche con dei forti sensi di colpa per non essersi ribellato. La rabbia e la vergogna verranno quindi dirette verso di sé anziché verso l’abusante.

Si tratta di dinamiche molto resistenti, complesse e delicate che vanno trattate con rispetto e con cautela, poichè il carico di sofferenza può essere davvero molto intenso. All’interno di un clima relazionale di alleanza, trasparenza e fiducia, sarà poi possibile rielaborare le esperienze negative in maniera adattiva e finalizzata alla risoluzione dei sintomi. Attraverso un approccio specifico e affidabile come EMDR è possibile affrontare quindi anche le situazioni più complesse. Nel lavoro con EMDR il livello di ansia del soggetto diminuisce sensibilmente in tempi molto rapidi. I ricordi vengono poi integrati all’interno della storia della persona e diventano tollerabili, con grande beneficio per l’equilibrio psicologico e per il benessere della persona.  

 

BIBLIOGRAFIA:

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