Sharp Objects – una revisione psicologica

Sharp Objects è una nuova intrigante miniserie HBO con 8 episodi, distribuita in Italia da Sky Atlantic. Il genere è catalogato come drammatico-giallo-thriller, e le caratterizzazioni dei personaggi, così come le dinamiche e i rapporti che li legano, ben si prestano a interessanti riflessioni psicologiche. La serie è tratta dal romanzo “Sulla pelle” di Gillian Flynn.

ATTENZIONE *** SPOILER: la lettura dell’articolo non è consigliata prima della visione della serie.


La trama ruota attorno ad una giovane donna, Camille, che per via di complicate vicissitudini familiari vive lontana dal paese d’origine ed è giornalista di professione. Della protagonista sappiamo che è dipendente dall’alcol e che ha praticato per lungo tempo il cutting, procedura per cui il soggetto si taglia sul corpo con oggetti acuminati ed affilati (per l’appunto, “sharp objects”), fino a ferirsi e quindi a portare segni sul corpo di una serie di cicatrici. Capiremo nel corso delle puntate le ragioni dell’allontanamento della ragazza dalla famiglia di origine. Ad ogni modo risulta da subito evidente la sofferenza della protagonista, che tenta di allontanare dalla coscienza i propri vissuti traumatici attraverso l’utilizzo dell’alcol (sostanza depressiva del sistema nervoso) e del cutting, abitudine patologica per cui il soggetto cerca di “sentire” un dolore fisico per non entrare in contatto con le proprie sofferenze psicologiche interiori. Da come viene caratterizzata, sembra che la caratterizzazione di Camille si possa ascrivere ad una struttura borderline di personalità.

Quando Camille viene inviata proprio a Wind Gap per scrivere un pezzo sulla scomparsa/omicidio di due adolescenti, la ragazza rientrerà prepotentemente in contatto con ricordi, esperienze e relazioni familiari negative che aveva tentato di tenere a bada per lunghi anni.

Rientrerà infatti in contatto con la madre Adora, donna scostante, sprezzante e anaffettiva, che la giudica e la critica dall’alto di una posizione provinciale e borghese, per cui in apparenza vige in famiglia una grande armonia. Adora è invece “adorante” nei confronti della sorellastra di Camille, Amma, ragazza adolescente che ha una doppia vita, e ancora un piede nell’infanzia: in casa è ubbidiente e a modo, mentre fuori casa è trasgressiva e provocatoria. Camille aveva anche una sorella di sangue, morta in età infantile con una diagnosi che all’inizio della serie è ignotaallo spettatore.

Nel corso delle puntante diventa sempre più evidente l’importanza del ruolo di Adora, figura possessiva ed inquietante nel modo in cui vive la propria maternità: capiremo che la donna è in grado di occuparsi delle figlie solo se rimangono bisognose, dipendenti e infantili. Arriverà persino a farle ammalare di proposito (e, nel caso della sorella di Camille, ad ucciderla tramite uno sciroppo casalingo contenente un mix di liquido antigelo, farmaci e veleno per topi) per potersi sentire onnipotente e salvifica nel ruolo di madre. Camille non la una figlia prediletta in quanto autonoma e separata, dotata di spirito di critica e ribellione anziché di sottomissione. Gli autori ci informano che la madre è affetta dalla Sindrome di Münchhausen per procura (ovvero “disturbo fittizio provocato da altri” nel DSM V), un grave disturbo che spinge i caregiver a danneggiare o far ammalare i beneficiari delle cure (spesso i figli) per motivazioni che vanno dalla ricerca di attenzioni al bisogno di ricevere ammirazione, affetto e stima da parte di terzi. Si tratta di un disturbo raro ma forse sottostimato, sicuramente grave, in cui l’adulto si configura come un vero e proprio abusante, seppur in modo subdolo, in quando egli si mostra amorevole verso il familiare bisognoso e anche collaborativo con il personale sanitario. Come in tutti i casi di abuso, maltrattamento o trascuratezza, si verifica nei figli quello che Giovanni Liotti chiama il “paradosso irrisolvibile”: si apre un acceso conflitto tra la figura dell’adulto come donatore di cure e la rappresentazione dello stesso come perpetratore di violenza, o come colui che fa del male. Questo conflitto crea una dinamica ambivalente che è in grado di gettare il bambino in una totale confusione poiché attiva contemporaneamente il sistema di attaccamento e il sistema di difesa, disorganizzando profondamente il suo Sé e la sua personalità.

Oltre a questa diagnosi, possiamo aggiungere che Adora è una donna algida, per nulla accogliente, ossessiva nel preservare la forma e le apparenze (si veda il pavimento d’avorio che non si può calpestare, infatti le figlie non possono entrare nella camera della mamma, che peraltro dorme sola) ; è possessiva e tirannica, in quanto tende a stringere relazioni di sottomissione-dominanza, anziché relazioni equilibrate all’insegna della reciprocità.

Si aggiunge a questo quadro la figura di Alan, secondo marito di Adora, rappresentato come un uomo accondiscendente, forse passivamente complice nei piani diabolici della moglie, e senza personalità.

Solo nell’ultima puntata veniamo a scoprire che gli effetti nefasti di questa donna hanno compromesso anche la salute mentale di Amma, che non solo appare come una adolescente provocatoria, trasgressiva e seduttiva, ma si rivelerà anche una feroce assassina carica di rabbia.

Da un punto di vista psicologico, è evidente che la trama mostra come gli effetti delle esperienze traumatiche, e delle esperienze relazionali precoci negative, perdurano ben oltre l’infanzia e il raggiungimento della maggiore età, e che sono in grado di generare patologie psicologiche e sofferenze profonde.