Come si svolge l’avvio di una psicoterapia

Bastian: “Perché è così buio?”
Imperatrice: “All’inizio è sempre buio.”

Michael Ende, La Storia Infinita


 

immagine che rappresenta paziente e terapeuta nel lavoro di psicoterapia

Spesso le persone che si avvicinano ad una psicoterapia, magari come prima esperienza diretta, hanno una rappresentazione mentale di come funziona il percorso. Magari ci sono amici e conoscenti che ne hanno esperienza, oppure le informazioni raccolte possono provenire dai media, film, serie TV o libri che riportano in modo più o meno fedele quello che accade nella stanza di psicoterapia.

Talvolta i soggetti sono a conoscenza del fatto che vi sono molteplici approcci e orientamenti, ognuno con le sue specificità, che vengono poi declinate a seconda della personalità, della formazione e delle esperienze del singolo professionista.

 

L’AVVIO

Quando incontro una persona per la prima volta, chiedo di raccontare cosa lo/la ha portata ad essere lì proprio in quel momento della propria vita: spesso sono presenti eventi scatenanti che hanno creato dolore e fatica, o hanno scatenato l’esordio di un sintomo, oppure hanno acceso la consapevolezza di avere bisogno di un aiuto. Spesso emerge come, al di là dell’evento attuale scatenante, ci siano dei “precursori” nella storia, ovvero dei momenti in cui il soggetto ha sperimentato stati d’animo simili a quelli attuali.
Si avviano quindi una serie di colloqui preliminari (di solito mediamente quattro), che permettono alla persona di confermare il suo desiderio di iniziare un percorso, e di farlo con il professionista che ha incontrato. Il professionista, dal canto suo, avrà modo di raccogliere maggiori informazioni e quindi di valutare, secondo la sua esperienza, quale tipo di percorso sia il più indicato. Insieme, si concordano poi gli obiettivi e le aspettative, insieme alla cornice degli aspetti pratici (il cosiddetto setting) che “contiene” il lavoro, e che consiste negli accordi che riguardano la durata delle sedute, la frequenza, la continuità, gli aspetti economici, e le caratteristiche contraddistinguono la relazione particolare che intercorre tra paziente e terapeuta.
Aggiungo sempre che non c’è un modo giusto o sbagliato di “essere” nella stanza di psicoterapia, e che il paziente potrà portare tutto ciò che ritiene utile e importante. Questo materiale non sarà in alcun modo oggetto di giudizio, e sarà coperto dal segreto professionale.

 

IL PERCORSO

A seconda delle caratteristiche della domanda e dei soggetti coinvolti, può essere indicato un percorso di accompagnamento in un periodo difficile della vita, oppure può essere confermata la motivazione a cominciare un percorso che vada più in profondità, quindi una vera e propria psicoterapia, generalmente a una o più sedute settimanali. Va da sé che maggiore è la frequenza, più si ha la possibilità di lavorare “a fuoco alto”. Questa decisione viene presa insieme.
Spiego sempre che il mio approccio non mira ad una modificazione dei comportamenti disfunzionali attraverso delle indicazioni pratiche. Il mio approccio prevede infatti di ricostruire le origini e la storia della sofferenza della persona, partendo dal presupposto che la psicoanalisi insegna: se vi è una comprensione e una risoluzione delle “cause” del sintomo, esso – al termine di un lavoro completo e approfondito – non dovrebbe aver più ragion d’essere.
Per questa ragione non è prevista la fornitura di “consigli”. Se mai, il paziente verrà aiutato ad includere nel suo pensiero nuovi punti di vista e nuove consapevolezze, che dovrebbero renderlo libero di prendere poi decisioni autonome, autentiche e conformi alla sua propria persona.

 

I SINTOMI

Come avviene per il corpo fisico, anche la mente ha delle caratteristiche di funzionamento che si assomigliano nella maggior parte degli esseri umani. Questo vale sia per i comportamenti adattivi, sia per quelli disfunzionali. Accade quindi che il nostro mondo interiore si organizzi secondo dinamiche a cui gli studiosi hanno dato un nome (le cosiddette “diagnosi“). La diagnosi (disturbo ansioso, dipendenza,  disforia, disturbo di personalità…) non va però intesa come “etichetta” esaustiva e sufficiente per descrivere un sintomo. Il sintomo rappresenta infatti una formazione dell’inconscio che divide il soggetto e che compare con prepotenza nella sua vita, lo fa soffrire, lo interroga. E rappresenta il modo migliore che la persona ha trovato per far fronte agli eventi di vita e relazionali in cui è stata coinvolta. Proprio per questa ragione, i sintomi non vanno semplicemente “eliminati” (come potrebbe fare il farmaco, ammesso che sia possibile), ma anzitutto compresi e messi in relazione con la storia di vita del soggetto, all’interno di una relazione di fiducia con un professionista preparato ed eticamente corretto, neutrale ma empatico.