La violenza intragenere

Donne che odiano le donne“, di Roberta Camisasca, Silhouette Donna ottobre 2018.

Battute, commenti sprezzanti o gesti di esclusione: a volte le crudeltà compiute per invidia da persone del nostro stesso sesso fanno molto male. Ecco come reagire in base al torto subito.


In un periodo storico in cui i casi di abusi e maltrattamenti riempiono le prime pagine dei giornali, spesso le donne devono fare i conti anche con forme subdole e latenti di aggressività quotidiana che non trovano giustizia nelle aule dei tribunali, perché si fa fatica a riconoscerle. O a chiedere aiuto. Si chiama violenza intragenere e racchiude una serie di comportamenti crudeli, compiuti da donne su altre donne per i motivi più disparati, dall’invidia all’insicurezza: non lasciano segni sulla pelle ma sono capaci di distruggere serenità e autostima. Ci sono varie forme con cui può manifestarsi: è bene conoscerle, saperle identificare e trovare le strategie per difendersi.

Perché succede

Non esistono statistiche sugli episodi di violenza al femminile, un fenomeno che sfugge alle classificazioni e alle denunce, perché sotterraneo, spesso taciuto dalle stesse vittime, inconsapevoli di essere tali o troppo impaurite per ribellarsi. Eppure le conseguenze di una parola di troppo o di un gesto scorretto possono essere, a livello psicologico, più pesanti di uno schiaffo, specialmente quando l’attacco arriva da un’insospettabile nemica: un’amica, una sorella, una compagna. Qualcuno da cui ci si aspetta comprensione, solidarietà, aiuto reciproco. Quello che sappiamo lo si evince dalle conservazioni online di chi subisce e dal tentativo degli esperti di inquadrare ragioni, meccanismi psicologici e sentimenti che ne sono all’origine.

Dott.ssa Venturi: “Affianco a fenomeni di aggregazione e di alleanza femminile, come palestre per sole donne, gruppi di aggregazione tra mamme, etc., che sottolineano l’importanza della solidarietà al femminile, dell’aiuto e rispetto reciproco, dell’assenza di giudizio, e che possono generare movimenti estremamente potenti e vitali, esistono fenomeni di accesa rivalità e invidia che possono sfociare in agiti più o meno violenti. Le donne entrano in contatto profondo quando convivono, e questa vicinanza può fare scattare dinamiche molto intense. Una di queste è la concorrenza intrasessuale, che può essere legata a ragioni evoluzionistiche: si tratta in un certo senso di “marcare” il territorio: i successi dell’altra tolgono qualcosa a me, quindi mi sento minacciata e posso arrivare a fare di tutto per “eliminare” la rivale. L’aggressività e la violenza nelle loro varie forme (verbale, fisica… ma anche un silenzio può essere carico di aggressività!) possono essere collocate su un continuum che va dalla maleducazione al vero e proprio reato passibile di denuncia. In ogni caso, è bene che le donne non rimangano sole nel gestire queste situazioni, e che trovino qualcuno (amici, confidenti, esperti) con cui parlarne, cercare supporto e chiedere consiglio, e nei casi più gravi che possano rivolgersi alle forze dell’ordine.

Offese verbali

Frasi sgarbate, umiliazioni pubbliche, volgarità e appellativi poco rispettosi. Mai un per favore, scusa o grazie. È il comportamento che più si avvicina alla violenza fisica: si mostra in modo palese, eclatante, è facilmente misurabile e quindi contestabile. Dott.ssa Venturi: “Oltre ad essere un comportamento motivato dalla maleducazione, l’offesa pubblica denota una quota di aggressività liberata e manifestata, oltre che un atteggiamento di supposta superiorità. Viene così “sfogata” una quota di frustrazione, accumulata per motivi personali, verso soggetti che l’aggressore presume siano più “deboli” e non si possano difendere. Si tratta in questo caso di aggressività manifestata in modo attivo. Come reagire? La maleducazione non si può denunciare, ma qualora si configuri come reato, sì. In ogni caso è bene non rispondere sullo stesso piano, quindi con eventuali insulti, umiliazioni, etc., poiché questo porterà ad una escalation di violenza, oltre a fare rischiare alla vittima di passare dalla parte del torto. È opportuno rispondere con mezzi leciti non altrettanto offensivi. Se ci si sente in pericolo, o si teme per la propria incolumità, è bene rivolgersi a chi di dovere.

Indifferenza esplicita

Agli antipodi della violenza esplicita c’è l’indifferenza totale. Quella consapevole, studiata, che vuole colpire al cuore, fa sentire sbagliati o peggio invisibili. Sono quelle donne che non ti coinvolgono nelle uscite di gruppo, nelle cene di ritrovo non ti rivolgono la parola, in ufficio non prendono in considerazione le tue idee, non rispondono ai tuoi messaggi per poi accampare scuse di ogni tipo. Così si mira dritti all’equilibrio delle persone, facendole vacillare. Il termometro della frustrazione sale al livello rosso, perché non c’è un atteggiamento manifesto da contestare, che giustifichi la rabbia. L’assenza di attenzioni non sembra una colpa.

Dott.ssa Venturi: “La ragione all’origine di questo atteggiamento svalutante, che porta ad escludere o emarginare soggetti ritenuti più fragili o più deboli, è quella di sottolineare la propria superiorità. L’atteggiamento svalutante è per definizione un atteggiamento aggressivo. L’altra ragione, non meno grave, è l’indifferenza sociale, sempre supportata dall’egoismo e dall’egocentrismo. In questo ultimo caso, si tratta di aggressività passiva, non meno pericolosa e insidiosa. Come reagire: allearsi con altri membri del gruppo più accoglienti, ed eventualmente, cercare altre frequentazioni.

Critiche e umiliazioni

Può essere la mamma ipercritica che puntualizza tutto, la capa incontentabile che ti fa rifare il progetto dieci volte, la compagna di palestra che commenta acidamente la tua cellulite davanti a tutti. Critiche gratuite, ma anche battute cattive, frecciatine e allusioni rivolte al proprio punto debole (un difetto fisico, il ruolo di moglie o madre), affossano l’autostima specialmente di chi è sempre in cerca di conferme, facendo sentire inadeguati e non all’altezza. Così ci si richiude in se stesse e si fa un passo indietro. Secondo Kelly Valen, autrice di un bestseller intitolato Twisted Sisterhood, è un atteggiamento purtroppo molto comune al giorno d’oggi e spesso silenziosamente tollerato. Valen sostiene che il 90% delle donne avverte la negatività emanata da altre donne e ne subisce le conseguenze, sottolineando come una corrente sotterranea di meschinità affligga il genere femminile che spesso, dietro una facciata di sorrisi e sviolinature, combatte guerre spietate. Dott.ssa Venturi: “In questo caso la tendenza a criticare costantemente sottende un’insicurezza di fondo, che porta a svalutare l’altra. Nella competizione, se si abbassa intenzionalmente il “livello” dell’avversaria, ci si sente automaticamente più forti e si sottolinea la propria superiorità di ruolo, sfociando talvolta in agiti sadici e persecutori. Va da sé che coloro che hanno necessità di sentirsi sempre superiori, è perché temono la perdita della propria posizione (la capa, la suocera, la rivale in capacità seduttive) e si sentono costantemente minacciate. Come reagire: diventa difficile reagire se colei che critica ha una superiorità di ruolo, in quanto ci si trova in una posizione di subalternità. Bisogna tenere presente che chi penalizza e svaluta gratuitamente, lo fa perché si sente a sua volta in una posizione di precarietà. Tenere a mente questo aspetto ci può dare più forza e sicurezza per affrontare direttamente e apertamente la persona in questione.”

Maldicenze e pettegolezzi

Trasformare la confidenza di una collega in un gossip da spifferare al resto dell’ufficio durante la pausa caffè è un gesto sleale e di cattivo gusto. Peggio è inventare di sana pianta una maldicenza allo scopo di mettere in cattiva luce, screditare o isolare la malcapitata. Esclusa la vendetta, resta la strada del dialogo.

Dott.ssa Venturi: “Anche in questo caso occorre riflettere sull’evidenza che chi è sereno con se stesso non ha necessità di “abbassare” gli altri per emergere. Chi ha bisogno di screditare gli altri, sente in pericolo la propria posizione e la difende con mezzi scorretti. Un’altra ragione per diffondere pettegolezzi è puntare il riflettore su di sé, mettendo in luce di essere una persona “informata” su tutti i pettegolezzi quindi in qualche modo al centro dell’attenzione. Come reagire: chi diffonde pettegolezzi e maldicenze, risulta raramente simpatico. Generalmente, la persona che diffonde pettegolezzi e cattiverie diventa lei stessa oggetto di diffidenza e di disistima. È difficile che una persona maligna sia benvoluta. Presto o tardi, l’ambiente si accorgerà che la persona sleale è quella davvero da evitare e da tenere a distanza, e i nodi, alla fine, verranno al pettine.”

Trasformare tutto in una competizione

Ogni progetto, ogni gioco con gli amici, ogni spunto diventa una gara a chi è più brava o intelligente? È tipico di chi ha la sindrome dell’ape regina, che colpisce donne di successo. Una volta realizzate, mettono alla prova chi sta sotto, assumono atteggiamenti ostili e arroganti, pronte a fare lo sgambetto alla prima che oserà cercare di far emerge i propri talenti. Secondo Alison Wolf, autrice del saggio “Donne Alfa” (Garzanti), l’ambizione sfrenata è ciò che, nella società di oggi, ha decretato il fallimento del mito della solidarietà femminile, in nome della carriera e dell’individualismo. Anche uno studio dell’American Economic Review, in collaborazione con l’Università di Pisa e l’Università di Helsinki, ha rivelato che le donne tendono a valutare le candidate a una posizione lavorativa con punteggi inferiori degli uomini, a parità di preparazione.

Dott.ssa Venturi: “Questo comportamento viene generalmente messo in atto da donne falliche, tendenti alla competizione. Non possono tollerare di essere seconde a nessun’altra. Sono disposte a tutto pur di primeggiare. Come reagire: non mettersi in competizione, ma andare per la propria strada, forti delle proprie capacità e dei propri talenti. Se ci si mette in competizione con questa tipologia di donna, si fa il suo gioco e si nutre il suo ego, avviando una gara estenuante e senza fine.”

Attacco pubblico sui social

Molestie, minacce, insulti o commenti sprezzanti (si chiama body shaming): quando la violenza corre su internet, gli effetti sulla vita privata e professionale possono essere devastanti. È importante segnalare il contenuto offensivo di post e messaggi ai gestori del social network e chiedere che venga rimosso. Se ciò non bastasse, rivolgetevi alle forze dell’ordine per una querela formale, presentano screenshot dei messaggi e registrazioni audio.