Il carico mentale femminile

di Roberta Camisasca, per Silhouette donna

Perché devo pensare a tutto io?

È sera. Lei finisce di sparecchiare, carica la lavastoviglie, svuota la lavatrice, prepara i panini per il giorno dopo, scrive la lista della spesa. Poi accende il pc, perché deve terminare un progetto da presentare in ufficio il giorno dopo. Lui vorrebbe aiutarla, la segue in giro per casa, le chiede: “Cosa posso fare?”. È l’esempio perfetto di quel lavoro invisibile di organizzazione mentale che sta dietro il famoso multitasking della donna di oggi: moglie, madre, lavoratrice. Il partner è spesso passivo, oppure relegato al ruolo di esecutore: contribuisce alle mansioni domestiche come un collaboratore obbediente (ma di prendere l’iniziativa, non se ne parla). Siamo sicure che debba per forza andare così?

Dal lavoro alla casa (e viceversa)

«Nonostante la condivisione dei compiti fra i due sessi stia facendo progressi, la donna resta il capo indiscusso di quell’impresa che è la casa», si legge nel libro “Devo dirti sempre tutto. Come suddividere al meglio il carico mentale nella vita di coppia” di Marie-Laure Monneret (DeAgostini, 160 pagine, 14,90 euro). Secondo un’indagine dell’Istituto nazionale francese di statistica, le donne con un lavoro a tempo pieno dedicano ogni giorno alle attività casalinghe e famigliari ben due ore in più rispetto ai partner. Questo sbilanciamento di responsabilità sarebbe all’origine di diversi mali della società moderna, dalle crisi depressive ai matrimoni falliti. «Il cosiddetto “carico mentale” è il fardello di pensieri, preoccupazioni e responsabilità di cui si sobbarca la donna ogni giorno», spiega Monneret. «Il termine è mutuato dal mondo del lavoro: negli anni Settanta descriveva il cervello dei manager, congestionato dalle preoccupazioni dell’ufficio anche quando ne uscivano. Un decennio più tardi compare la stessa nozione in ambito domestico, in un articolo della sociologa Monique Haicault: in un movimento inverso rispetto a quello dei dirigenti, nelle donne il carico psicologico travalica la sfera domestica per invadere quella lavorativa».

L’effetto: il vaso che trabocca

Nel 1996 la sociologa Susan Walzer dimostrò con uno studio che le donne si assumono i pesi legati alla gestione domestica già sul piano mentale ed emozionale: si preoccupano, organizzano, delegano. Anche quando i lavori sono equamente suddivisi con l’altro, sono sempre loro a stabilire l’”ordine del giorno”. Il loro cervello è costantemente assediato dalla smania della pianificazione. Così approfittano di ogni pausa nella giornata per fissare l’appuntamento col dentista o fare un salto in posta. Fino all’inevitabile crollo. «Si chiama “burn out” e indica una condizione di esaurimento nervoso conseguente al sovraccarico mentale e fisico. Come un vaso che si riempie lentamente fino a traboccare», spiega Chiara Venturi, psicologa e psicoterapeuta a Milano e Rimini. Monneret ne elenca i sintomi: stress alle stelle, perdita di concentrazione e di efficacia (non si riesce a focalizzare le energie su un unico fronte né a portare a termine con calma e lucidità i singoli incarichi), calo di fiducia in se stesse. Sul fronte lavorativo, l’autrice segnala possibili rallentamenti di carriera, mentre nella coppia si registra un elevato tasso di conflittualità con continue ripicche e incomprensioni, alimentate dalla mancata riconoscenza di ciò che si fa per l’altro.

I motivi

Predisposizione innata. Il ruolo di detentrice del focolaio è iscritto nel Dna femminile. «La predisposizione alla cura e all’accudimento contraddistingue l’essenza femminile e porta la donna a farsi carico, in maniera spontanea, di gesti e azioni che, anche se compiuti volentieri e con amore, possono portare al sovraccarico», commenta Chiara Venturi.

Abitudini e stereotipi. La responsabilità di un disequilibrio non è da attribuire solo al maschio che manca di iniziativa, ma anche alla donna che per vari motivi (spesso è stata abituata così ed è cresciuta in una famiglia con ruoli stereotipati) non delega e non chiede, oppure è ipercritica. «Tale impostazione risente anche di ruoli di genere che non sono stati completamente superati: la donna cura la casa e la famiglia, l’uomo lavora», sottolinea l’esperta. «Se ci sostituiamo al partner, lo abituiamo all’idea che non è necessario che lui si attivi. Se siamo sempre giudicanti verso il suo operato, lui vivrà sentimenti di inadeguatezza che lo porteranno a fare sempre meno».

Pressione sociale (e social). «Le donne sono indotte a specchiarsi nelle loro simili uniformando aspettative e comportamenti», sottolinea l’esperta. «Quando vanno in ufficio, in palestra, dal pediatra, incontrano altre donne pronte a confronti, giudizi, consigli». È la ricerca della prestazione perfetta, documentata sui social, la trappola delle moderne Wonder Woman.

Scelte “di comodo”. Secondo Monneret, gli uomini hanno la brutta abitudine di scegliersi i compiti dei quali occuparsi, partendo dal presupposto che tutti gli altri saranno comunque portati a termine e optando per quelli più semplici e veloci: secondo lo studio dell’Insee, il tasso di partecipazione maschile a mansioni considerate noiose è del 14%, contro il 66% femminile.

Educazione famigliare. C’è infine uno zoccolo duro di uomini che vedono nella partner un prolungamento della mamma e si aspettano di essere serviti e riveriti, dando poco o niente in cambio.

Consigli pratici:

  • Riconoscere i propri limiti. «Il multitasking, la capacità di tenere aperte nella propria mente diverse finestre contemporaneamente, è una qualità positiva», sostiene l’esperta, «ma non deve portare a un eccesso di controllo e a un’illusione di onnipotenza: ci sono limiti da rispettare e traguardi umanamente irraggiungibili. Chiedetevi onestamente: fin dove posso arrivare, mantenendo una qualità di vita accettabile? Tutto ciò che va oltre questo limite andrebbe delegato».

  • Ridistribuire i compiti. «Occorre trovare un assetto organizzativo più equo, concertato con il partner», prosegue Venturi. Ciascuno deve diventare capoprogetto della propria mansione, occupandosene in tutti gli aspetti, compresi quelli “mentali” (ricerca delle soluzioni, organizzazione, gestione degli imprevisti). Si può consultare l’altro in caso di bisogno (è il concetto di cooperazione efficace) e se qualcosa risulta troppo faticoso o ingestibile bisogna parlarne subito, prima di sentirsi “sommersi” dal problema.

  • Formulare richieste chiare. Spesso le donne hanno l’aspettativa magica che il partner possa leggere nella loro mente ed esaudire bisogni inconfessati. «Questa fantasia porta a frustrazione e delusione, mentre un approccio più efficace consiste nel dichiarare esplicitamente ciò di cui abbiamo bisogno, sia a livello affettivo sia pratico, comunicando queste necessità non in maniera generica (“ho bisogno che tu faccia più cose per me”), ma precisa (“vorrei che tu facessi la spesa questa sera” oppure “perché non provi a prenotare un teatro per venerdì prossimo?”)».

  • Lasciarlo fare. Secondo Marie-Laure Monneret, «una volta raggiunto l’accordo sulle reciproche attività, è necessario che lei allenti la presa, confidando nelle capacità del compagno. Non deve spiegargli come fare le cose passo per passo, ma solo assicurarsi che gli obiettivi della mansione siano chiari, raccontando magari come lei si è regolata fino a quel momento e poi lasciando lui libero di adottare o meno lo stesso sistema o optare per una strategia alternativa».

  • Non svalutarlo. Da evitare frasi come “faccio prima a farlo io” o “lo sapevo che non ci saresti riuscito”, ma comunicargli l’apprezzamento per il suo sostegno, valorizzare il suo aiuto, anche quando non corrisponde alle nostre aspettative.

I benefici di un carico “bilanciato”

«Una migliore suddivisione delle responsabilità domestiche porta ad alleggerire il carico mentale, con conseguente sollievo e maggior tempo libero a disposizione per lei. Allo stesso tempo permette al partner di sperimentare in prima persona la sensazione di esaurimento, mettendolo in condizione di comprendere meglio quello che la sua partner vive e prova ogni giorno», spiega la psicologa. «Dal canto nostro, potremmo anche scoprire talenti di lui che non conoscevamo e modi più efficienti di affrontare certe situazioni, dai quali possiamo imparare. Tutto ciò nella condivisione di un progetto comune, all’insegna della mutua fiducia. Solo così la coppia rinsalderà il proprio legame di solidarietà».

BOX: Chi ben comincia…

«Un fattore importante è l’impostazione che la coppia assume nelle prime fasi del rapporto», spiega la psicologa Chiara Venturi. «Se la donna si pone in maniera troppo premurosa e solerte è probabile che tale schema venga mantenuto, portando lui a “sedersi”. Bisogna invece distribuire in maniera equilibrata l’assegnazione dei compiti fin dall’inizio. Ciascun partner ha modalità e abitudini diverse nel condurre le proprie mansioni, così come nel dimostrare il proprio affetto, ed è giusto che tale diversità venga rispettata, purché vi sia un’equa reciprocità sia in ambito affettivo, sia sul piano concreto».

BOX: Tutto in un fumetto

Il concetto di carico mentale è riassunto in una serie di esilaranti vignette pubblicate su Le Monde il 15 maggio 2018 e intitolate “Fallait demander” (Bastava chiedere). Il fumetto, oggetto di oltre 210mila condivisioni sul web e ripreso dalle testate di tutto il mondo, vede una donna impegnata a imboccare il figlioletto, mentre la cena trabocca dal fornello e si rovescia per terra, mentre gli ospiti affamati attendono in salotto. E lui? Lungi dal considerarsi parte attiva dell’ingranaggio familiare, solo a danno avvenuto si schioda dal divano, rivolgendosi alla moglie con la frase che dà il titolo alla storia…