Gli effetti psicologici delle sofferenze familiari

Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo“, così inizia il capolavoro letterario Anna Karenina di Lev Tolstoj, 1877. Oltre un secolo dopo, lo scrittore Alejandro Jodorowski ne La danza della realtà scrive: “Le sofferenze familiari, come gli anelli di una catena, si ripetono di generazione in generazione, finché un discendente acquista consapevolezza e trasforma la sua maledizione in una benedizione“.

Anche la letteratura dunque, oltre alla psicologia, si è occupata del complesso tema delle dinamiche familiari, che possono essere fonte di sofferenza o di felicità, e fungere così da fattore di rischio oppure da fattore protettivo per la salute psicologica del soggetto. Ma cosa significa “sofferenza familiare”, e come può essa influenzare non solo la vita del soggetto individuale, ma anche la psiche di chi è legato a lui da stretti vincoli di parentela?

Considerando anzitutto i grandi Traumi (quelli con la T maiuscola, in grado di fare sviluppare un PTSD, ovvero un disturbo post traumatico da stress), l’epigenetica ci spiega che il trauma viene tramandato alle generazioni successive non tanto attraverso il DNA, ma se mai attraverso la sua espressione, tramite i comportamenti appresi. Come avviene questo fenomeno? Il portatore del trauma metterà in campo schemi e modelli relazionali fortemente condizionati dall’esperienza traumatica (se non risolta), anche se magari molto lontana nel tempo, e “insegnerà” quindi tali comportamenti alla prole. Recenti studi mostrano infatti che i figli di soggetti traumatizzati hanno maggiore probabilità di sviluppare disturbi o disagi psichici, e non solo per fattori genetici legati all’ereditarietà.

Se ciò si verifica a maggior ragione quando l’esperienza traumatica è stata travolgente e soverchiante, è opportuno sottolineare che il principio della trasmissione non vale solo in caso di gravi esperienze di vita avverse, ma si applica in linea generale a tutte le esperienze immagazzinate dentro di noi, nel nostro sistema nervoso. Da genitori, gli essere umani trasmettono, e in qualche modo “consegnano” e insegnano alle generazioni successive ciò che hanno imparato, assieme a eventuali meccanismi di evitamento, di difesa, e assieme agli stili di attaccamento. Se tali modelli e schemi relazionali sono disfunzionali, essi verranno appresi come fattori di vulnerabilità, mentre gli schemi più adattivi e funzionali rappresenteranno un fattore protettivo e di resilienza per la prole (a livello psicologico, ma anche fisico, sociale e culturale). Durante i primi anni di vita infatti, una buona interazione sintonizzata tra il bambino e il caregiver contribuisce al pieno sviluppo cerebrale del bimbo, predisponendolo in tal modo ad acquisire la capacità di rimanere calmo nei momenti di stress e a relazionarsi in maniera efficace, abilità che fungono da precursori per un senso di sé sicuro e stabile. Se il caregiver, a causa di proprie problematiche emotive o traumatiche, oppure in concomitanza con fattori estrinseci che complicano l’esperienza della genitorialità, o per via delle modalità con cui loro stessi sono stati allevati, non sono in grado di stabilire una sintonia con il proprio figlio e quindi un’adeguata vicinanza fisica ed emotiva, favoriranno nei loro figli un attaccamento insicuro, che verrà verosimilmente, ed involontariamente, trasmesso  anche alla generazione futura. Questa trasmissione, fortunatamente, non è irreversibile. Un cambiamento nello stile genitoriale richiede però spesso un lavoro di messa in discussione e, auspicabilmente, una rielaborazione delle proprie esperienze di vita ancora non risolte.

Rispetto al lavoro di psicoterapia, queste riflessioni si sviluppano quindi in due direzioni: dall’altro verso il basso, ovvero un soggetto che si appresta a diventare genitore avrà la possibilità di riflettere su ciò che desidera “passare” al proprio figlio, e quale catena disfunzionale sarebbe invece importante spezzare e magari trasformare in un punto di forza (osservando per esempio le proprie reazioni automatiche indesiderate nella relazione con il piccolo); dal basso verso l’alto invece, è bene che un lavoro di analisi e di comprensione profonda non si fermi al trattamento delle esperienze del soggetto, ma che consideri anche la storia delle generazioni precedenti e come essa possa avere condizionato, in quanto fattore di rischio o come risorsa, la vita del soggetto.

Il processo creativo di cambiamento e di evoluzione che avviene in psicoterapia, attraverso un lavoro approfondito e all’interno di una relazione di fiducia, potrà così avere degli effetti di riparazione non solo per il soggetto che richiede la cura, ma anche verso il basso (quindi la progenie, in un’ottica preventiva), e verso l’alto (le generazioni precedenti). Non si tratta di un lavoro per attribuire colpe, ma si tratta di avviare un processo di riconoscimento dei propri condizionamenti disfunzionali per imparare a maneggiarli e risolverli, per il bene nostro e di coloro con cui entriamo in relazione.

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