L’educazione aggressiva

C’è la convinzione diffusa che un’educazione autorevole da parte della coppia genitoriale verso i figli possa, o debba comprendere anche atteggiamenti autoritari come l’alzare la voce o l’utilizzo di un approccio fisico, anche “soft”. Se in alcuni contesti educativi, come per esempio a scuola, tali approcci educativi aggressivi sono vietati e condannati, all’interno delle mura domestiche sembra esserci una maggiore tolleranza, e si tende a permettere che, in alcune situazioni, un intervento educativo più “forte” possa essere legittimato, nella convinzione ancora largamente diffusa che tali metodi educativi possano essere efficaci e, se saltuari, innocui per il bambino.
Diamo per scontato che l’essere genitori sia un compito complesso, difficile, stressante e faticoso, e che in talune situazioni fonti di nervosismo e frustrazione, si possa essere tentati di ricorrere a maniere “forti” per ripristinare l’ordine in casa e per chiedere ai figli di seguire le nostre indicazioni. Di conseguenza, urlare per farsi ascoltare e per richiamare i figli all’ordine può diventare un’abitudine.
Spesso ricorrere a tali misure comportamentali avviene quando nella propria famiglia di origine vigevano le stesse modalità, che sono state quindi apprese e considerate normali. Ricordiamo che la relazione con i propri genitori rappresenta per il figlio il primo modello di rapporto di cui fa esperienza, che viene interiorizzato e poi generalmente riprodotto. Costituisce quindi uno sforzo, per l’adulto, mettersi in discussione per interrompere questo circolo vizioso e abbandonare queste “tradizioni” apprese. Tale sforzo è particolarmente impegnativo quando l’adulto, preso nella complessità della vita fatta di preoccupazioni e frustrazioni, ha una quota limitata di pazienza e di energia. Diventa quindi una facile tentazione quella di “sfogare” questo stress verso soggetti più deboli come i bambini.
Occorre però considerare che tali atteggiamenti, soprattutto se ripetuti nel tempio, hanno un impatto sullo sviluppo del sistema nervoso del bambino, che durante l’infanzia è ancora un sistema in formazione (ad esempio, è stata riscontrata un’alterazione nel numero di fibre nervose che collegano i due emisferi, nel caso di una prolungata esposizione a sistemi educativi aggressivi). Infatti, lo stimolo esterno di un adulto che urla viene percepito dal cervello del bambino come un segnale di pericolo, scatenando reazioni biochimiche di allerta. Il cortisolo prodotto (ormone dello stress) dovrebbe preparare, occasionalmente, il nostro corpo alla reazione di attacco o fuga, come dovrebbe avvenire quando ci troviamo in una reale situazione di pericolo. La scienza oggi afferma senza dubbi che il cervello di un bambino, sottoposto allo stress costante di violenza verbale, può riportare dei danni, provocando in loro a lungo andare sentimenti di bassa autostima, insicurezza e fragilità, e favorendo in loro l’utilizzo di comportamenti violenti e prevaricanti, nonché una predisposizione alla depressione. Anche lo sviluppo intellettivo ed emotivo vengono potentemente influenzati dalla relazione con il genitore.
Lo stesso discorso vale naturalmente anche per le pene corporali e le minacce, che sono ritenute dalla scienza inefficaci dal punto di vista educativo, e dannose per lo sviluppo del Sé del bambino.
Inoltre, la messa in campo di un’educazione aggressiva, produce un effetto boomerang per cui il bambino umiliato diventerà ancora meno rispondente, eventualmente intrattabile e quindi ancora più difficile da gestire, dando così avvio ad un circolo vizioso che diventa sempre più difficile da affrontare.

Se l’utilizzo di queste maniere “forti” va quindi penalizzato senza sconti, gli atteggiamenti positivi e costruttivi verso i figli devono comprendere modalità non prevaricanti che educhino comunque al rispetto delle regole e dell’autorità. Non si tratta quindi di assecondare qualsiasi comportamento diventando eccessivamente permissivi, ma di comunicare con loro ponendosi sullo stesso piano, spiegando motivazioni e ragioni per cui alcuni suoi comportamenti non possono essere accettati, e richiedono (ancora) la supervisione di un genitore.