I VANTAGGI DEL BILINGUISMO – UNA PALESTRA PER IL CERVELLO

I confini del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo
Ludwig Wittgenstein

Conoscere una seconda lingua significa possedere una seconda anima
Carlo Magno


Parlare più lingue e conoscere diverse culture può aiutare a viaggiare, a trovare lavoro, a essere competitivi nel mondo, a fare nuove amicizie. Ma non solo: molteplici studi indicano che l’introduzione precoce di una seconda lingua ha effetti importanti sull’architettura del pensiero, e sulla maturazione e lo sviluppo del cervello, in tutte le fasi della vita, sin dalla primissima infanzia fino alla terza età.

Un filone di questi studi si è occupato proprio del bilinguismo, ovvero della padronanza di due diverse lingue, che comporta tra le altre cose una facoltà dell’individuo di poter effettuare con un semplice e automatico “switch” il passaggio da una lingua all’altra. I bilingue devono infatti costantemente scegliere i termini dall’uno o dall’altro dizionario, poiché entrambe (o più) lingue sono sempre “attive” nel cervello. Per questo motivo, la struttura delle aree cerebrali che gestiscono il linguaggio si conformerebbero e funzionerebbero in modo diverso rispetto ai monolingue.

Il numero delle persone bilingue sembra essere raddoppiato dagli anni ’80, e parallelamente aumentano gli sforzi della scienza per comprendere questo fenomeno. Sembra che, man mano che le ricerche procedono, vengano scoperti sempre maggiori vantaggi della facoltà bilingue, sottolineando come la lingua che parliamo, e il bilinguismo a maggior ragione, non solo influenzano il nostro modo di guardare al mondo, ma hanno delle vere e proprie ripercussioni sul funzionamento delle nostre strutture cerebrali.

Che cos’è il bilinguismo?

Con bilinguismo si intende genericamente la presenza di più di una lingua presso un singolo o una comunità, anche se la definizione di questa condizione è spesso ambigua e variegata (è necessario avere un accento impeccabile? È necessario saper trattare argomenti complessi? Conta l’abilità nella lingua o l’uso che se ne fa?).

La maggior parte delle persone bilingue tende infatti ad avere un uso di una lingua più forte dell’altra (dominanza), in quanto l’uso della lingua stessa dipende da numerosi fattori psicosociali, come la durata, la frequenza e il contesto del contatto con un idioma o con l’altro. I fattori interni riguardano inoltre la motivazione, l’età, i fattori emotivi, e le funzioni interne come il calcolare, il sognare, il pensare, etc.
Dare una definizione univoca di persona bilingue è quindi complicato e forse impossibile.

Semplificando estremamente, secondo una classificazione basata sull’età, si parla di bilinguismo nella prima infanzia se la seconda lingua viene introdotta fin da subito, comunque entro i 3 anni. Si parla di bilinguismo infantile se la seconda lingua viene introdotta dopo i 3 anni. È definito bilinguismo tardivo quando la seconda lingua viene introdotta dopo la pubertà. Chi rientra nei primi due gruppi può essere considerato madrelingua.

Seguendo invece una classificazione basata sulla padronanza della lingua (facoltà ricettive come comprensione e lettura, e facoltà produttive come l’espressione e la scrittura) si viene a creare uno spettro continuo del bilinguismo.
In modo approssimativo, possiamo individuare quattro categorie: nel bilinguismo bilanciato, la persona capisce, parla, legge e scrive ugualmente bene nelle due lingue. Nel bilinguismo dominante, una delle due lingue è dominante con padronanza uguale o simile a quella di un madrelingua, mentre la seconda è più debole. Nel bilinguismo sbilanciato, frequente in chi ha cambiato nazione, la lingua madre diventa secondaria, mentre la lingua appresa più tardi diventa dominante e spesso è anche la sola nella quale si sviluppano tutte le competenze. Nel bilinguismo passivo o ricettivo, in una lingua si sviluppano tutte le competenze (parlare, leggere e scrivere), mentre la lingua più debole viene compresa senza che ne possa fare un uso attivo.

La lingua parlata influenza la nostra psicologia

Per cominciare occorre sottolineare che, al di là del numero di lingue conosciute e parlate, l’idioma con cui cresciamo è in grado di influenzare in modo importante la nostra visione del mondo, la nostra psicologia, il nostro stare con gli altri all’interno della società, e persino l’hardware che sottende a tutte queste funzioni, ovvero il nostro cervello. Gli studiosi delle neuroscienze sono arrivati quindi ad affermare che la lingua che parliamo influenza la personalità, le convinzioni e gli atteggiamenti, forgiando così le strutture cerebrali e l’architettura del pensiero. Ogni lingua, con la sua grammatica e con la sua struttura logica, contiene e veicola valori che non sono separabili dalle modalità espressive.

Le scienze cognitive hanno iniziato negli anni ’40 a domandarsi se la lingua nativa forgiasse lo stile di pensiero. Il linguista americano B. L. Whorf postulò nel 1940 la teoria secondo cui lo sviluppo cognitivo di ogni essere umano sarebbe influenzato dalla lingua parlata, rendendo due persone con lingue differenti anche sempre cognitivamente diverse (ipotesi della relatività linguistica). Tale tesi passò di moda con gli studi di Noam Chomsky, che negli anni ‘60 e ‘70 propose la teoria di una “grammatica universale”, affermando che esisterebbero basi generali comuni per tutti i tipi di linguaggio (ipotesi dell’innatismo e dell’universalità della lingua). Allo stato attuale delle conoscenze, la teoria relativista sembra essere maggiormente attendibile da un punto di vista psicologico e cognitivo, e oggi sappiamo che, al di là di fondamenta concettuali simili, ogni linguaggio sottende una sua “visione del mondo” e la infonde, almeno in parte, in chi lo parla.

Utilizzando una metafora, si potrebbe affermare che il bilinguismo corrisponde all’ascolto della musica in modalità stereo (in contrapposizione alla sola cassa altoparlante del monolinguismo), dando così la possibilità al soggetto bilingue di integrare e articolare più visioni del mondo nella stessa mente.

Bilinguismo e personalità

Un test di personalità somministrato in due differenti idiomi a un campione di cittadini americani bilingui ha mostrato come la descrizione della propria identità in lingua inglese sottolineava caratteristiche personali come la cortesia, l’estroversione, il senso di responsabilità e l’apertura alla cooperazione, e la loro presentazione era legata più facilmente a traguardi personali e lavorativi, ed esperienze di studio. La stessa presentazione in lingua spagnola invece stressava maggiormente le relazioni affettive con famiglia e partner, oltre ad attività extralavorative.

La grammatica influenza la percezione del movimento

In una ricerca pubblicata nel 2015 sono stati studiati soggetti bilingue e monolingue tedeschi e inglesi allo scopo di verificare se il loro differente pattern linguistico potesse determinare una diversa reazione alle condizioni sperimentali.
Nello studio è stato chiesto ai soggetti di visionare dei video contenenti delle azioni di movimento (una donna che cammina verso una macchina, un uomo in bicicletta) e di descrivere quindi le scene.
I monolingue tedeschi tendevano a descrivere l’azione ma anche il fine della stessa (“la donna cammina verso la macchina”, “l’uomo va in bicicletta al supermercato”), mentre gli inglesi monolingue tendevano a sottolineare l’azione e non il fine (“la donna cammina”, “l’uomo va in bicicletta”).

Questa differenza viene spiegata dall’ipotesi che l’approccio determinato dalla lingua tedesca sarebbe più orientato verso una visione olistica, comprendendo quindi l’azione nella sua totalità, mentre la visione inglese sarebbe maggiormente focalizzata sull’azione in se stessa. La base linguistica di questa tendenza affonderebbe le sue radici nella modalità diversa in cui gli strumenti grammaticali collocano l’azione nel tempo: l’utilizzo inglese del morfema -ing sottolinea infatti l’azione in corso, mentre nella lingua tedesca non è presente questa peculiarità linguistica.

La lingua influenza il rapporto con il denaro

L’economista dell’Università di Los Angeles Keith Chen, cinese cresciuto negli USA, ha analizzato il rapporto tra la struttura della lingua parlata sull’attitudine al risparmio, ipotizzando che le lingue (come l’inglese) che dissociano il presente dal futuro attraverso l’utilizzo dell’apposito tempo verbale sono meno inclini al risparmio, in quanto il modo in cui la lingua ci costringe a parlare del tempo influenzerebbe il nostro comportamento.
I cinesi, che non hanno un tempo verbale preciso per indicare il futuro, avrebbero una propensione al risparmio del 30% maggiore, probabilmente perché identificare linguisticamente il futuro in modo distinto dal presente lo rende più lontano, motivando meno a risparmiare.
Le persone che parlano lingue “senza futuro” risultano essere significativamente i migliori risparmiatori del mondo, e vanno in pensione con il 25% in più di denaro da parte. Sono inoltre meno inclini a fumare e all’obesità, e pare che abbiano una maggior propensione a proteggersi durante i rapporti sessuali.

Sempre in ambito economico, i ricercatori dell’università di Chicago hanno mostrato che quando le persone pensano in una seconda lingua tendono ad assumersi dei rischi maggiori, cogliendo così delle possibilità di investimento economico propizie. Si ipotizza che la lingua madre, più “emotiva”, porti a prendere decisioni sulla scia della paura della perdita economica. Inoltre, l’utilizzo della lingua straniera favorirebbe decisioni più razionali, riducendo i bias cognitivi, soprattutto per quanto riguarda investimenti economici, risparmi e pensione.

Lingua e morale

Your morals depend on language”, uno studio pubblicato su Plos One nel 2014, mostra come l’esprimersi in una lingua straniera possa portarci ad avere meno remore morali. Posti di fronte al dilemma di sacrificare una persona per salvarne cinque, i soggetti nella lingua madre tendevano a rispondere con maggiore aderenza a principi morali, mentre nella seconda lingua, probabilmente perché si creerebbe una maggiore distanza psicologica da tali principi, le risposte erano più utilitaristiche.

I vantaggi per la mente

Sembra che la capacità di fare lo switch da una lingua all’altra, e ritorno, renda la mente bilingue più flessibile, predisposta all’apprendimento, alla modalità multi-tasking, e al problem solving, anche a 11 mesi di età.

Alle stesse conclusioni è arrivata una ricerca del 2009 che ha riscontrato importanti vantaggi cognitivi in bambini tra i 7 e i 12 mesi cresciuti con bilinguismo dalla nascita (tipicamente con due genitori che parlano due lingue diverse), anche nel periodo pre-verbale, quindi prima di iniziare a parlare attivamente: si sono riscontrate strategie di apprendimento più flessibili e migliori funzioni esecutive anche non verbali, rispetto al campione di bambini monolingue. I ricercatori sottolineano però anche che i monolingue potranno colmare più avanti, con lo sviluppo successivo, questo gap.

I bambini bilingui sono più “intelligenti” o avranno più difficoltà?

Sappiamo che durante l’infanzia l’apprendimento delle lingue è facilitato. Una o più lingue vengono imparate in maniera naturale, anche contemporaneamente. Questa affermazione è consolidata nella comune visione popolare sull’argomento, ma è anche confermata da numerose ricerche che hanno riscontrato inoltre vantaggi cognitivi e cambiamenti cerebrali. L’apprendimento consolidato durante l’infanzia produce, oltre a vantaggi comunicativi, relazionali e lavorativi, anche lo sviluppo di quella che genericamente chiamiamo “intelligenza“.

Ecco le risposte della scienza:

  • neonati distinguono tra lingue diverse e sono capaci di sviluppare un vocabolario differenziato in due lingue senza fare confusione; il code-switching (mescolamento di parole di lingue diverse all’interno di una frase) non significa che non sappiano quale parola appartenga a quale lingua;
  • sembra ci voglia più tempo per imparare due lingue contemporaneamente che per impararne una sola;
  • i cervelli dei bilingue si adattano continuamente alla costante co-attivazione di due lingue;
    (fonte)
  • il bilinguismo è associato a uno stile di pensiero più creativo e divergente (produzione di idee e di soluzioni originali nel problem solving), in quanto il bambino bilingue ha due parole per significare il medesimo oggetto, che avrà un campo semantico più ampio [chi proviene per esempio da una cultura italo-tedesca, sa che “Weihnachten” non ha lo stesso significato emotivo e affettivo della parola “Natale”, NdR]; di conseguenza, è possibile concettualizzare un problema in modo più complesso e variegato, arricchendo e modulando il pensiero usando due lingue; questa capacità di ragionare contemporaneamente sui concetti si traduce in una maggior capacità di analisi e di sintesi nella gestione delle complessità;
  • da un punto di vista grammaticale, il bambino bilingue diventa più precocemente abile a ragionare su variazioni linguistiche e grammaticali (consapevolezza metalinguistica); oltre a essere stimolante da un punto di vista cognitivo, e ciò faciliterà l’apprendimento di altre successive lingue;
  • la persona bilingue sviluppa una maggior sensibilità comunicativa monitorando gli accorgimenti linguistici da seguire, portandola a essere più attenta ai bisogni dell’interlocutore, prestando maggiore attenzione anche ai segnali non verbali;
  • l’abilità di concentrazione che viene sviluppata per inibire che le due lingue si “mescolino” nella sua mente, per impedire intrusioni, “costringono” il bambino a questo “sforzo” fin dalla nascita e allenano così le capacità attentive anche per svolgere altri compiti non linguistici; in questo studio, i bambini bilingui si sono mostrati più veloci nello “switchare” da una prova all’altra durante i test cognitivi somministrati;

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Quali sono le strategie per agevolare il bilinguismo nel bambino?

  • biologicamente il momento ideale per imparare due lingue è dalla nascita;
  • incoraggiare la lingua di minoranza soprattutto nei primi 4-5 anni di vita del bambino, massimizzando l’esposizione a esse per costruire una base solida, pena il rischio di un bilinguismo passivo (ovvero il bambino comprende ma non parla);
  • stimolare il bambino a rispondere nella lingua in cui gli si parla, evitando per esempio che il genitore parli in inglese (lingua di minoranza), e il bambino risponda in italiano (lingua dominante);
  • soprattutto nei primi anni di vita, cercare di fare in modo che il bambino sia esposto gradualmente alla lingua di maggioranza (per esempio quando si nasce e cresce in un paese straniero), in modo che non diventi dominante, condizione che è difficilmente reversibile; se il bambino è dominante in italiano, con la scolarizzazione non avrà problemi ad apprendere la lingua in cui avviene l’istruzione;
  • molte ricerche confermano che l’apprendimento simultaneo di due lingue non rallenta l’apprendimento linguistico o lo sviluppo cognitivo; c’è poca ricerca invece sull’esposizione simultanea a tre o più lingue ma, considerando che l’apprendimento produttivo richiede un’esposizione alla lingua almeno del 25%, è possibile che con più di quattro lingue subentri un po’ di confusione, e che lo sviluppo linguistico non sia sufficiente per sostenere lo sviluppo cognitivo; pertanto è bene limitare a massimo tre il numero di lingue nella prima infanzia; se queste sono state apprese in maniera stabile, successivamente sarà possibile introdurne anche altre;
  • nel caso i bambini imparino una seconda lingua a scuola, è bene creare opportunità anche fuori dall’orario scolastico per aumentare l’esposizione alla lingua di minoranza e consolidarla (incontri con famiglie o amici, film o cartoni in lingua, lettura, viaggi).

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I vantaggi per la salute del sistema nervoso

Diversi studi sono a favore di un’impatto decisamente positivo del bilinguismo sulle strutture cerebrali e sugli aspetti cognitivi.

Uno studio indiano evidenzia nei bilingui un esordio più tardivo (mediamente 4,5 anni dopo) della demenza senile, indipendentemente dal livello di istruzione e da altri fattori confondenti come sesso, tipo di lavoro etc. Inoltre, i soggetti bilingue e poliglotti avevano performance di recupero nettamente migliori dopo un ictus, e nel complesso la percentuale di pazienti con funzioni cognitive intatte dopo un ictus era più di due volte superiore nei bilingue che nei monolingue.
I risultati di questa ricerca supportano quindi l’idea di un ruolo protettivo del bilinguismo nel deterioramento cognitivo dopo un ictus, come se il bilinguismo avesse protetto le strutture cerebrali dal danno, rendendolo più plastico e in qualche modo più forte. Il cervello, passando da un idioma all’altro, rafforzerebbe le proprie connessioni (le sinapsi), allenandosi e preparandosi a rispondere meglio a eventuali danni.
Leandro Provinciali, presidente della Società italiana di neurologia, commenta questa ricerca spiegando che quando abbiamo due lingue madre il nostro cervello è più attivo in diverse aree, come se la nostra corteccia cerebrale svolgesse più compiti nel passare da una lingua all’altra, allenandosi a trovare strategie alternative. In seguito al danno da ictus, il cervello si adatterebbe a rispondere a una nuova situazione, ripiegando sulla “riserva cognitiva” per continuare a mantenere le proprie funzioni.

Un altro autorevole studio canadese, attraverso l’analisi del neuroimaging cerebrale in soggetti anziani durante l’esecuzione esercizi specifici, evidenzia come il cervello bilingue sia più efficiente ed “economico”, attivando aree più specifiche e specializzate nelle risposte ai compiti. I vantaggi potrebbero quindi consistere nel risparmio di risorse cognitive e nella resistenza all’invecchiamento cognitivo.

Anche un altro studio, questa volta italiano, ha utilizzato strumenti di imaging per indagare il metabolismo cerebrale in un campione di anziani, confrontando un gruppo di soggetti milanesi bilingui con un gruppo altoatesino bilingue. I risultati mostrano come nelle persone bilingue la comparsa del morbo di Alzheimer è mediamente ritardata di 4,5 anni, confermando così l’effetto neuroprotettivo del bilinguismo e l’ipotesi della “riserva cognitiva”.

Analoghi risultati sono stati ottenuti da uno studio belga, che ha dimostrato come nei soggetti bilingue l’eventuale insorgenza dell’Alzheimer è ritardata di quattro o cinque anni sia per quanto riguarda le manifestazioni cliniche, sia nella diagnosi.

I risultati di uno studio del 2014 confermano che gli effetti cognitivi positivi, e protettivi per la degenerazione cerebrale si riscontrano anche quando la seconda lingua è stata acquisita in età adulta.

È tutto positivo?

Stando alla letteratura, sembra davvero che siano in rilievo i vantaggi, i benefici e le opportunità.

Ho tuttavia riscontrato nella mia esperienza personale, e nella pratica clinica, che spesso viene trascurato come in alcune situazioni particolari di bilinguismo regionale, nazionale, familiare o scolastico, sia possibile vivere questa condizione anche con grande disagio, a livello individuale o sociale, con fenomeni di emarginazione o discriminazione dovuti alla “diversità” dei monolingue rispetto ai bilingue, o viceversa. Pertanto, non vanno trascurate, come faremmo con ogni singola caratteristica o peculiarità del carattere o della personalità, le implicazioni socio-economico-culturali del rapporto di ogni essere umano con la/e propria/e lingua/e all’interno dell’ambiente o gruppo in cui è inserito, nasce o cresce.