Tiziano Terzani – Un Altro Giro Di Giostra

“Un altro giro di giostra” è l’ultimo libro scritto dal giornalista Tiziano Terzani (1938-2004), uscito nel 2004. È un libro che descrive gli ultimi viaggi di Terzani (da New York all’Asia) alla ricerca di una cura per il cancro che lo colpì personalmente; ma è anche, e soprattutto, uno straordinario viaggio alla ricerca del Sé. Ecco alcuni estratti:

Cercando, ho forse trovato la cura perfetta per il mio cancro? Certo no, ma almeno ora son sicuro che quella cura non esiste, perché non esistono scorciatoie a nulla: non certo alla salute, non alla felicità o alla saggezza. Niente di tutto questo può essere istantaneo. Ognuno deve cercare a modo suo, ognuno deve fare il proprio cammino, perché uno stesso posto può significare cose diverse a seconda di chi lo visita. Quel che può essere una medicina per l’uno può essere niente o addirittura un veleno per l’altro.”

Son tornato, dopo tanto viaggiare, al punto di partenza? A credere solo nella scienza e nella ragione? Son tornato a pensare che il modo occidentale di affrontare i problemi è il migliore? Niente affatto. Ora più che mai penso che niente è da escludere a priori e che è sempre possibile trovare qualcuno o qualcosa di prezioso nei luoghi e nelle circostanze più imprevedibili. I miracoli? Certo che esistono, ma sono convinto che ognuno deve essere l’artefice del proprio. Soprattutto sono convinto che la nostra conoscenza del mondo e di noi stessi è ancora estremamente limitata e che dietro le apparenze, dietro i fatti, c’è una verità che davvero ci sfugge, perché sfugge alla rete dei nostri sensi, ai criteri della nostra scienza e della nostra cosiddetta ragione.”

Quello, anche se a volte stentavo a riconoscerlo, era dopo tutto il solo corpo che avevo e tenerlo in esercizio era il meglio che potessi fare.”

Versi di un monaco zen coreano del secolo scorso:
Non chiedere di avere una salute perfetta, sarebbe avidità.
Fai della sofferenza la tua medicina, e non aspettarti una strada senza ostacoli
Senza quel fuoco la tua luce si spegnerebbe.
Usa della tempesta per liberarti.”

Oggi tutto è diventato come il caffè in polvere: istantaneo, e con ciò niente è più veramente particolare o prezioso.”

La mente è uno degli strumenti più sofisticati di cui disponiamo, ma non lo prendiamo in considerazione e, con un atteggiamento tipico dei nostri tempi “moderni”, facciamo fare alla chimica quel che invece potremmo, almeno in parte, far fare alla mente. La chimica è sempre di più la soluzione di tutto. Si è depressi, si è stanchi, si è sterili, si è magri, si è grassi? C’è sempre una pillola inventata – e messa appunto in vendita – per risolvere il problema. Un bambino è agitato? Non serve andare a capire perché. Il Prozac lo calma sia che all’origine della sua irrequietezza ci siano i genitori divorziati che lo trattano come un pacco postale continuamente rimandato al mittente, sia che la scuola cerchi di far di lui quel che lui non è. Il Prozac viene oggigiorno prodotto in confezioni per l’infanzia e negli Stati Uniti decine di migliaia di bambini dipendono ormai dalla somministrazione quotidiana di questo tranquillante per poter funzionare “normalmente”.

Lo stesso avviene col dolore. La sconfitta del dolore è considerata una delle grandi vittorie dell’uomo moderno. Eppure anche questa vittoria non è necessariamente tutta positiva. Innanzitutto il dolore ha una sua importante funzione naturale: quella di allarme. Il dolore segnala che qualcosa non va e in certe situazioni il non avere dolore può essere ancor più penoso dell’averlo. […] E poi: eliminando la sofferenza al suo primo insorgere, l’uomo moderno si nega la possibilità di prendere coscienza del dolore e della straordinaria bellezza del suo contrario: il non-dolore. Perché in tutte le grandi tradizioni religiose il dolore è visto come una cosa naturale, come una parte della vita? C’è forse nel dolore un qualche significato che ci sfugge? Che abbiamo dimenticato? Se anche ci fosse, non vogliamo saperne. Siamo condizionati a pensare che il bene deve eliminare il male, che nel mondo deve regnare il positivo, e che l’esistenza non è l’armonia degli opposti. In questa visione non c’è posto né per la morte, né tanto meno per il dolore. La morte la neghiamo non pensandoci, togliendola dalla nostra quotidianità, relegandola, anche fisicamente, là dove è meno visibile. Col dolore abbiamo fatto anche di meglio: lo abbiamo sconfitto. Abbiamo trovato rimedi per ogni male e abbiamo eliminato dall’esperienza umana anche il più naturale, il più antico dei dolori: quello del parto, sul quale da che mondo è mondo si è fondato l’orgoglio della maternità e l’unicità di quel rapporto forse saldato proprio dalla sofferenza. Ma questa è la nostra civiltà. Ci abituiamo sempre più a risolvere con mezzi esterni i nostri problemi e con ciò perdiamo sempre più i nostri poteri naturali. Ricorriamo alla memoria del computer e perdiamo la nostra. Ingurgitiamo sempre più medicine e con ciò riduciamo la capacità del corpo a produrre le sue.”

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