disegno di un ragazzo che parla con la sua pancia

Da alcuni decenni la psicobiotica studia gli effetti del microbioma intestinale sulla mente. Il microbioma è definito come l’insieme dei microrganismi (batteri e lieviti) che vivono nel nostro intestino. Se è noto come l’insieme di questi microorganismi influisce sulla nostra salute fisica, la ricerca riguardo alle ripercussioni sul cervello è ancora in corso, e si occupa principalmente di studiare gli effetti del microbioma sulle funzione cognitive e sull’umore.

L’organo cerebrale e l’intestino sono collegati tramite il nervo vago, e non a caso, l’intestino viene definito come il “secondo cervello”.

Già Michael D. Gershon, autore del best seller “Il Secondo Cervello”, affermava: “Basti pensare che l’intestino, pur avendo solo un decimo dei neuroni del cervello, lavora in modo autonomo, aiuta a fissare i ricordi legati alle emozioni e ha un ruolo fondamentale nel segnalare gioia e dolore. Insomma, l’intestino è la sede di un secondo cervello vero e proprio. E non a caso le cellule dell’intestino – spiega l’esperto americano ‐ producono il 95% della serotonina, il neurotrasmettitore del benessere.

Alcune sperimentazioni sui topi hanno già mostrato come la presenza di un dato ceppo batterico possa migliorare la funzione immunitaria, la reazione allo stress e anche la memoria, che è una funzione cognitiva. Sugli esseri umani, sono stati per ora trovati solo per quanto riguarda l’aspetto organico, per esempio il livello di infiammazione dell’organismo o di specifici apparati.

Philip Burnet, professore di psichiatria dell’Università di Oxford, sta studiando per utilizzare questo canale di comunicazione intestino-cervello per intervenire per esempio su ansia e depressione.

Attualmente, la ricerca in corso mostra come siano coinvolti il sistema nevoso gastroenterico, il sistema immunitario e il nervo vago.

Uno degli sviluppi della psicobiotica potrebbe riguardare anche la psicofarmacologia.

Un’altra area di applicazione di questa scoperta riguarda l’autismo. La flora batterica nei soggetti autistici risulta infatti essere molto differente rispetto a quella dei bambini non autistici, e i ricercatori del California Institute of Technology hanno mostrato come il microbioma potrebbe effettivamente avere un contributo nello sviluppo di tale disturbo, collagamento tuttavia dimostrato per ora solo sui topi. L’idea sarebbe quella di  poter agire attraverso dei probiotici sui problemi gastrointestinali per trattare i sintomi comportamentali nei soggetti autistici.