ciotola di terracotta in cui è stato inserito dell'oro per riempire una crepa

Nella cultura occidentale siamo abituati a pensare che l’unica condizione desiderabile è quella del benessere in ogni ambito (fisico, economico, professionale, relazionale…). Ad esempio, il  dolore viene – fortunatamente – lenito dai farmaci, oppure tendiamo a riempire i vuoti con l’acquisto di oggetti, in altri casi… con il cibo. Ciò che si discosta dall’ideale di perfezione è spesso considerato un difetto da eliminare, come ad esempio accade nella chirurgia estetica praticata con accanimento.

Scrive provocatoriamente Tiziano Terzani in Un Altro Giro di Giostra: “La sconfitta del dolore è considerata una delle grandi vittorie dell’uomo moderno. Eppure anche questa vittoria non è necessariamente tutta positiva. Innanzitutto il dolore ha una sua importante funzione naturale: quella di allarme. Il dolore segnala che qualcosa non va e in certe situazioni il non avere dolore può essere ancor più penoso dell’averlo. […] E poi: eliminando la sofferenza al suo primo insorgere, l’uomo moderno si nega la possibilità di prendere coscienza del dolore e della straordinaria bellezza del suo contrario: il non-dolore. Perché in tutte le grandi tradizioni religiose il dolore è visto come una cosa naturale, come una parte della vita? C’è forse nel dolore un qualche significato che ci sfugge? Che abbiamo dimenticato? Se anche ci fosse, non vogliamo saperne. Siamo condizionati a pensare che il bene deve eliminare il male, che nel mondo deve regnare il positivo, e che l’esistenza non è l’armonia degli oppostiIn questa visione non c’è posto né per la morte, né tanto meno per il dolore. La morte la neghiamo non pensandoci, togliendola dalla nostra quotidianità, relegandola, anche fisicamente, là dove è meno visibile. Col dolore abbiamo fatto anche di meglio: lo abbiamo sconfìtto. Abbiamo trovato rimedi per ogni male e abbiamo eliminato dall’esperienza umana anche il più naturale, il più antico dei dolori: quello del parto, sul quale da che mondo è mondo si è fondato l’orgoglio della maternità e l’unicità di quel rapporto forse saldato proprio dalla sofferenza. Ma questa è la nostra civiltà.

“Gira” ultimamente su internet una riflessione che vuole sottolineare il valore di quando, invece, le cose non filano lisce, e ci troviamo ad affrontare una rottura, una spaccatura, un dolore, un intoppo, una speranza disattesa. Tale riflessione prende spunto dalla tecnica giapponese “Kintsugi” (letteralmente “riparare con l’oro”), che consiste nella riparazione del vasellame rotto riunendo i cocci con un collante naturale misto a metalli preziosi. Si tratta quindi di una vera e propria arte che solo in secondo luogo ha uno scopo pratico, ovvero quello di poter riutilizzare gli oggetti rotti. Ben al di là dell’utilizzo pratico, questi oggetti acquistano un significato simbolico: le “cose” della vita (relazioni, legami, problemi e difficoltà di varia natura) che vengono superate, provocano sì delle ferite permanenti dentro di noi, che però non vanno nascoste in quanto “brutte” ma che possono essere indossate con fierezza e che anzi ci rendono più forti e “preziosi”: dalle imperfezioni e dalle ferite può infatti scaturire una forma ancora maggiore di bellezza estetica e interiore.