due menti che comunicano

Pubblico con piacere l’interessante articolo del collega del Centro Clinico SPP dell’Adulto Dott. Giancarlo Di Fiore, che spiega con estrema chiarezza il funzionamento della psicoterapia psicoanalitica. L’articolo originale a questo link.

 

Come funziona la psicoterapia?

A fronte di una sempre maggiore diffusione della psicoterapia nella nostra società, essa rimane tuttavia spesso ammantata da un velo di mistero o da pregiudizi relativi al suo funzionamento, ai benefici che essa può apportare o alla sua reale efficacia. Poiché avviene attraverso l’uso della parola può suscitare interrogativi in merito a quanto differisca effettivamente da una qualunque altra relazione amicale o supportiva. Una certa diffidenza inoltre è dovuta all’idea che lo psicoterapeuta possa indurre nel proprio paziente una dipendenza che finisca per privarlo della propria autonomia. Molti altri possono essere i motivi che influiscono nel determinare una visione poco chiara del contesto psicoterapeutico, ma a partire da queste prime brevi considerazioni cerchiamo di fornire una mappa in grado di tracciare per lo meno alcune coordinate generali. In primis un punto di vista storico. Agli albori della nascita della psicoanalisi Freud si rese conto che esprimere contenuti considerati dai suoi pazienti come riprovevoli moralmente provocava un miglioramento sintomatico, in particolare se associato al corrispondente vissuto emotivo. Era nata la talking cure (“cura parlata”) altrimenti denominata chimney sweeping (“spazzacamino”), una sorta di pulizia emotiva interna dalla sofferenza psichica. Stiamo parlando tuttavia di più di un secolo fa; i dettati morali erano molto rigidi e la società non permetteva all’individuo di esprimere le parti di sé in contrasto con essi. Oggi viviamo in un’era caratterizzata dall’esibizione del sé e da canali di comunicazione che permettono e promuovono la disinibizione. Nonostante ciò l’individuo è comunque portato a mettere a tacere impulsi, desideri e fantasie in particolare quando questi contrastano con il bisogno di sentirsi apprezzati. Nel lungo percorso che portò alla costruzione del metodo psicoanalitico tuttavia fu lo stesso Freud ad accorgersi che l’emergere di contenuti inconsci non era di per sé sufficiente a portare a termine l’obiettivo terapeutico. In particolare egli si accorse che quello tra paziente e terapeuta era comunque un rapporto e perciò, come tale, era sottoposto alle medesime vicissitudini. In tal modo osserviamo che le considerazioni da cui siamo partiti (“Se parlo con uno psicoterapeuta, non è la stessa cosa che confidarmi con un amico fidato?”) contengono una parte di verità. La differenza risiede nel fatto che terapeuta e paziente costruiscono una sorta di laboratorio dove la relazione viene osservata e compresa con uno sguardo terzo (come è risaputo l’etica psicologica e le regole terapeutiche impongono che la relazione rimanga entro i dettami del setting. La relazione tra terapeuta e paziente rimarrà perciò caratterizzata dall’interazione verbale. In altre parole non potrà avere caratteristiche amicali, ma pur nella profondità delle interazioni dovrà necessariamente essere confinata all’interno della cornice psicoterapeutica). Nei rapporti interpersonali, infatti, tutti quanti noi mettiamo in atto meccanismi automatici appresi inconsapevolmente nel corso della vita, e in particolare nell’infanzia, che a volte possono provocare difficoltà e sofferenza. La loro riedizione in un contesto protetto e finalizzato alla comprensione delle determinanti affettive ed emotive permette di gettare nuova luce sulle proprie vicende di vita e ad esperire in modo diverso se stessi e le relazioni. E qui torniamo ad un punto da cui siamo partiti: “la psicoterapia mi renderà dipendente e mi priverà della mia autonomia?”. Innanzitutto è bene ricordare che una quota di dipendenza è contenuta in tutte le relazioni umane e tollerarla fa parte di un buon livello di integrità psicologica. Ma ciò che è più importante è il fatto che la relazione psicoterapeutica necessita della co-partecipazione di terapeuta e paziente che, seppure con ruoli diversi, hanno entrambi un ruolo attivo. La verità emotiva è infatti conosciuta soprattutto dal paziente che apprende in psicoterapia un metodo per farla emergere. Anche per questo in psicoterapia non si ricevono consigli; è importante non distogliere gli sforzi dalla conoscenza del mondo interno. Sarà poi il paziente a prendere le decisioni per sé rafforzato da una maggiore consapevolezza e maturità emotiva. I terapeuti che praticano la psicoanalisi dal canto loro devono necessariamente sottoporsi, come pazienti, ad un lungo percorso di approfondimento personale effettuato con un analista esperto per esercitare in modo responsabile la propria professione. Ciò comporta che essi hanno fatto esperienza in prima persona della psicoterapia in qualità di pazienti e che abbiano raggiunto un buon grado di maturità emotiva. Obiettivo di un percorso di psicoterapia psicoanalitica non è perciò di forzare il paziente in una certa direzione, ma di attivare un processo che permetta a quest’ultimo di vivere diversamente sé e se stesso in rapporto agli altri. Tutto sommato il cambiamento incontra sempre delle resistenze da parte dell’individuo. Si tratta di un fatto molto umano; ognuno di noi si è costruito sulla scorta delle proprie esperienze e lo ha fatto nel modo migliore possibile. Succede tuttavia che modalità di stare al mondo che durante certi periodi della vita erano estremamente funzionali, si rivelino drammaticamente disadattive in altri momenti. Nessuno tuttavia possiede uno switch interno che permetta viraggi tanto improvvisi e, inoltre, abbandonare un assetto personologico conosciuto per una prospettiva sconosciuta può risultare francamente poco allettante. Non è perciò necessario cambiare perché si è “sbagliati”, ma perché le “giuste” misure che avevamo preso tanto tempo fa per fronteggiare le difficoltà e che abbiamo dovuto mantenere con forza, oggi sono un po’ invecchiate e necessitano di un rinnovamento. Queste antiche misure le abbiamo costruite all’interno di relazioni interpersonali, con altri e per altri ed è per questo motivo che vi è necessità di un altro per rimodellarle. Chiaramente tale processo può avvenire anche al di fuori di una psicoterapia, ma quando la viscosità del mondo interno porta al ripetersi di esperienze fallimentari, al blocco evolutivo o alla continua pressione dilaniante della sofferenza psichica intraprendere un viaggio dentro se stessi con la compagnia di un capitano di lungo corso, se non può eliminare le tempeste, permette tuttavia di governare la nave.

Dott. Giancarlo Di Fiore – Centro Clinico SPP dell’Adulto